La corsa all’intelligenza artificiale sta moltiplicando i data center e, con loro, la fame di energia. Ma per famiglie e piccole imprese italiane la domanda vera è una sola: quanto ci costerà tutto questo in bolletta? La risposta che arriva da uno studio dell’Università di Padova, realizzato con il contributo di Wwf Italia e presentato il 16 luglio, è più rassicurante di quanto si potesse immaginare. Con le regole giuste, i nuovi centri di elaborazione dati non solo non graveranno sulle nostre tasche, ma potranno diventare alleati preziosi per una rete elettrica più stabile ed efficiente.
Quanto consumano davvero (e quanto consumeranno)
Nel 2024 i data center italiani hanno assorbito 3,9 TWh, pari a circa l’1,3% dei consumi nazionali. Oggi la potenza installata si aggira tra i 397 MW (stima dell’Italian Data Center Association) e i 609 MW (Osservatorio del Politecnico di Milano), distribuiti su circa 216 strutture.
Le proiezioni al 2035 raccontano una crescita sensibile ma gestibile. Nello scenario più probabile, quello “base”, la capacità salirà a 2 GW e l’incidenza sui consumi elettrici toccherà il 3-4%. Gli scenari più spinti – “Accelerato” e “Trainato IA” – arrivano fino a 7 GW e al 15% dei consumi, ma il rapporto li considera sovrastimati: «più elementi indicano che questi scenari sovrastimano significativamente la domanda effettiva», si legge nel documento.
I numeri vanno anche depurati dalle richieste fantasma. A fine giugno 2026 le istanze di connessione depositate a Terna erano 520, per un totale di 96 GW – quasi l’intera capacità installata nazionale. L’enormità della cifra si spiega con il costo irrisorio della domanda (2.500-3.000 euro), che incoraggia le iniziative speculative. Non a caso solo il 68% degli investimenti annunciati fra 2023 e 2025 si è tradotto in cantieri reali.
L’energia “dietro le quinte” che non vedremo in bolletta
Il punto centrale per le nostre tasche è come verrà pagata l’elettricità che alimenta i server. Lo studio indica una strada precisa: i Power Purchase Agreement (PPA), contratti di lungo termine con cui i gestori dei data center acquistano direttamente energia da impianti eolici e fotovoltaici.
In pratica significa che l’elettricità per l’IA verrà da parchi rinnovabili costruiti apposta, finanziati dagli stessi operatori digitali. L’obiettivo è coprire i consumi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con certificati orari di origine (GO). Alcuni esempi sono già realtà: da Apple con Engie (138 MW) a Microsoft con Enfinity (400 MW in Italia nel 2026), passando per Edison-Data4 e Iren-Statkraft.
Per il sistema-Paese questo meccanismo è una leva formidabile: si stima che servano 8-12 GW di nuova capacità rinnovabile dedicata entro il 2030. Impianti pagati dalle big tech, che entrano nel mix elettrico e contribuiscono a calmierare i prezzi all’ingrosso – un effetto indiretto ma concreto anche per chi non firma alcun PPA.

Flessibilità: come i data center aiutano la rete (e riducono i costi nascosti)
C’è un altro vantaggio meno intuitivo. L’addestramento dell’intelligenza artificiale genera “gradini” di carico istantanei – da quasi zero al massimo in millisecondi – che potrebbero stressare la rete. Ma lo studio spiega che il 20-40% del carico di un’infrastruttura IA è modulabile, e nei server di addestramento si arriva fino all’80%.
Tradotto: i calcoli non urgenti possono essere spostati nelle ore di massima produzione solare ed eolica, usando batterie e sistemi di gestione evoluti. I data center, anziché limitarsi a consumare, diventano risorse di supporto alla rete, capaci di offrire servizi di bilanciamento e regolazione della frequenza.
Per famiglie e imprese questo significa minori costi di sistema. Ogni volta che la rete deve intervenire per correggere squilibri tra domanda e offerta, scattano oneri che ritroviamo nei nostri corrispettivi in bolletta. Avere grandi carichi flessibili che assorbono energia quando ce n’è in abbondanza riduce quella voce di costo.
Territorio, acqua e calore: l’impatto vicino a casa
Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia, ha messo in chiaro le condizioni: «I data center vanno alimentati con energia rinnovabile, collocati in aree già industrializzate per evitare il consumo di suolo e per approfittare di infrastrutture già esistenti, raffreddati con circuiti chiusi di ricircolo che minimizzino il consumo di acqua in un Paese a forte rischio siccità».
Il messaggio è chiaro: niente nuovo consumo di territorio e niente spreco idrico. Lo studio raccomanda di vincolare gli insediamenti al principio “brownfield only” – solo aree impermeabilizzate, degradate o dismesse – e di fissare per legge i limiti ai parametri di efficienza PUE (quanto dell’energia assorbita arriva davvero ai server) e WUE (quanta acqua serve per raffreddarli).
C’è un risvolto concreto anche per chi abita in città: il calore di scarto dei data center può essere immesso nelle reti di teleriscaldamento. Significa condomini e uffici scaldati con energia di recupero, un piccolo taglio alla spesa termica là dove la rete esiste.
Nucleare sì o no: cosa cambia per il consumatore
Qui le posizioni divergono. «Sarebbe miope escludere dal dibattito» i piccoli reattori modulari (Smr), ha dichiarato a DigitEconomy.24 il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti. Lo studio dell’Università di Padova è netto in direzione opposta: il nucleare, «ammesso e non concesso veda mai la luce», arriverebbe non prima del 2038, «fuori tempo massimo» rispetto al picco di sviluppo dei data center atteso fra il 2030 e il 2035. E, soprattutto, non servirebbe: la domanda è gestibile con rinnovabili, accumuli e la flotta esistente di cicli combinati a gas, senza costruire nuove centrali termoelettriche.
Per un proprietario di casa o un piccolo imprenditore il punto è che nessuna delle due strade comporta nuovi oneri in bolletta nel prossimo decennio. L’eventuale nucleare italiano sarebbe comunque lontanissimo; il fabbisogno immediato verrà coperto da impianti rinnovabili finanziati con capitali privati. Il rischio vero non è una stangata, ma casomai il contrario: senza una norma quadro nazionale che imponga paletti chiari – efficienza minima, quote obbligatorie di rinnovabili, verifica della reale solidità finanziaria dei richiedenti – l’occasione di un ammodernamento della rete a costo zero per i contribuenti potrebbe restare sulla carta.
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