La Commissione europea ha deciso di escludere dai finanziamenti pubblici i progetti che usano inverter provenienti da Paesi considerati ad alto rischio, Cina in testa. Per famiglie e piccole imprese che stanno valutando un impianto fotovoltaico con incentivi statali, la domanda è immediata: dovrò spendere di più? La risposta, basata sui dati diffusi ieri dall’European Solar Manufacturing Council (ESMC), è un no condizionato: la capacità produttiva occidentale basta già oggi a coprire la domanda europea, e l’impatto sui costi esiste ma resta contenuto.
Quanti inverter servono davvero, e chi li produce
La capacità produttiva europea di inverter si attesta a circa 104 GWac, a cui si aggiungono oltre 120 GWac disponibili nelle Americhe e nella regione Asia-Pacifico (Cina esclusa). Di questi, 53 GWac sono già destinabili al mercato continentale, un volume in linea con le nuove installazioni annuali nell’Unione europea.
«La disponibilità di prodotto non è il collo di bottiglia. La possibilità di sostituire i fornitori ad alto rischio esiste già oggi», ha dichiarato Christoph Podewils, segretario generale di ESMC. Tradotto per il consumatore domestico: nessun intoppo produttivo vi lascerà in attesa dell’inverter per mesi. I produttori occidentali sono già presenti da circa quindici anni anche nei mercati dell’Europa orientale, con una base installata di circa 14 GW e oltre 330 addetti tra vendite e assistenza, numeri che possono crescere in circa sei mesi.
Quanto pesa davvero sul costo dell’impianto
Il nodo soldi: un inverter occidentale costa di più? Secondo un’analisi di Wood Mackenzie citata da ESMC, per un impianto utility scale o commerciale l’incremento sul costo complessivo del progetto è di circa il 2%. Per il segmento residenziale — gli inverter di stringa che interessano chi legge — l’aumento sale al 3-4% del costo totale del progetto.

Conviene mettere questa percentuale su un impianto domestico tipo da 6 kW. L’inverter è una voce che incide per circa il 10-15% sul totale. Un incremento del 3-4% sul costo dell’inverter si traduce in qualche decina di euro in più sull’intero investimento. Su un impianto da 8.000-10.000 euro, parliamo di una differenza che non cambia la sostenibilità economica dell’operazione, specie in presenza di detrazioni fiscali o conto scambio.
La mappa dei mercati dove la rete distributiva funziona già
Chi teme disservizi o assistenza latitante trova un dato rassicurante nell’indagine ESMC su otto mercati dell’Europa orientale. In Polonia tutti e sei i produttori occidentali analizzati sono già presenti, con una base installata di 4.430 MW e 74 addetti dedicati. Seguono Ungheria (1.831 MW), Repubblica Ceca (1.468 MW), Romania (1.147 MW), Bulgaria (810 MW) e Slovacchia (364 MW). L’associazione precisa che i numeri sono prudenziali: nell’area operano anche altri fornitori occidentali non inclusi nel campione.
Per il consumatore italiano, questo significa che la filiera distributiva e di assistenza tecnica — montaggio, configurazione, manutenzione — è già rodata su larga scala in mercati comparabili. «L’inverter è il cervello di ogni impianto fotovoltaico. Chi controlla il cervello controlla la rete», sintetizza Podewils. Un controllo che, stando ai dati, non è a rischio.
Cosa guardare quando si chiede un preventivo
Chi sta per firmare un contratto ha un unico accorgimento concreto: se il progetto accede a fondi pubblici (bonus ristrutturazioni, conto termico, bandi regionali, PNRR), l’inverter deve provenire da un Paese non classificato ad alto rischio. Basta chiedere al fornitore di specificare la provenienza del componente nel preventivo. Il sovrapprezzo eventuale è quantificabile e, alla luce dei dati di costo, non sposta l’ago della convenienza.
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