| 23 Aprile 2010 |
| La domanda energetica globale |
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Vediamo dunque quali sono le previsioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia per quanto riguarda domanda di energia e emissioni di CO2. Il grafico sintetizza la variazione della domanda energetica 2007 - 2030 secondo quello che viene definito dalla IEA lo “scenario di riferimento” ovvero lo scenario previsto senza incisive manovre correttive, in sostanza business as usual.
Nel 2030 i combustibili fossili rappresenteranno il 77% della crescita della domanda energetica mondiale; la domanda di petrolio aumenterà da 85 milioni di barili giorno del 2008 a 105 milioni di barili giorno nel 2030 con un incremento del 24%. L’Agenzia stima che saranno necessari investimenti ingenti per contrastare il declino della produzione dei giacimenti esistenti (-70% al 2030). Per quanto riguarda il gas naturale nonostante un previsto esubero al 2015 di 200 miliardi di m3 sarà necessaria un’addizionale capacità di circa 2700 miliardi di m3 al 2030, pari a circa 4 volte l’attuale capacità produttiva della Russia, per far fronte al declino dei giacimenti a gas e per soddisfare l’aumento significativo della domanda. Se osserviamo l’evoluzione delle emissioni globali di CO2 e le ipotizzate misure di abbattimento delle emissioni, le previsioni nello “scenario 450” (che prevede interventi di mitigazione delle emissioni volti a contenere la concentrazione di GHG in atmosfera entro 450 parti per milione, corrispondenti ad incrementi attesi della temperatura di 2 gradi centigradi) rispetto allo scenario di riferimento indicano che saranno necessari circa 10,5 mila miliardi di dollari di investimento per raggiungere lo scenario 450 al 2030 con un forte contributo dell’efficienza energetica. Secondo la IEA Cina, Usa, UE, India, Russia e Giappone dovrebbero rappresentare almeno i ¾ della riduzione delle 3,8 Gt di CO2 previste al 2020 nello scenario 450. In questo contesto di riferimento internazionale, l’Italia si inserisce con una situazione del tutto anomala e particolare. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare nel corso di precedenti analisi, nel nostro paese permane una situazione di mix energetico piuttosto sbilanciata. Nel 2008 il consumo interno lordo di energia è stato pari a circa 190 milioni di tep: 41% petrolio, 36% gas; 9% combustibili fossili, 9% rinnovabili; 5% import di energia elettrica. Il nostro mix energetico è evidentemente ”sbilanciato” rispetto a quello di altri paesi paragonabili. Altro punto dolente del sistema è l’alto grado di dipendenza energetica che raggiunge un livello pari all’85,6%. Se infatti raffrontiamo la nostra dipendenza energetica con quella di altri paesi europei, o con la media dei paesi OCSE o con quella degli Stati Uniti, constatiamo che lo sbilanciamento costituisce un’anomalia tutta italiana. Ciò che però va sottolineato è che di per sé la dipendenza energetica dall’estero non necessariamente costituisce una soluzione poco sicura o più costosa. Fondamentale infatti è valutare in maniera rigorosa e lungimirante il trade-off tra costi, benefici e rischi. Lo sbilanciamento nel mix energetico trova origine in un’altra anomalia, quella che riguarda la generazione elettrica. Il ridotto apporto del carbone (14%), il decrescente contributo del petrolio (11%) e quello ancora piuttosto limitato delle rinnovabili (18%), oltre all’assenza del nucleare, fanno sì che la generazione elettrica sia quasi completamente a gas. Anche in rapporto alla media UE o OCSE si ripresenta l’anomalia italiana con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di sicurezza degli approvvigionamenti e di costo dell’energia. Proprio per far fronte a questa situazione il governo ha tracciato una “nuova rotta” per il settore elettrico fissando un obiettivo che è stato sintetizzato nel cosiddetto “25-25-50” ovvero 25% di rinnovabili 25% di nucleare e 50% di fonti fossili. Ora, guardando alla situazione attuale e considerando gli investimenti già avviati nella generazione a carbone e a gas e nelle relative infrastrutture di trasporto, appare perlomeno “sfidante” ridurre l’apporto delle fonti fossili dall’attuale oltre 80% al 50%.
Ancora più sfidante è la situazione dei consumi finali per settore. I trasporti che rispetto a industria e settore civile, sono costantemente in crescita e rappresentano il 31% dei consumi finali, sono praticamente interamente fondati sui prodotti petroliferi. Ciò significa che fin quando non si troveranno alternative ragionevoli ai carburanti per il settore trasporti, qualsiasi mix energetico dovrà necessariamente comprendere una certa quota di petrolio. Per quanto riguarda le rinnovabili l’obiettivo appare più facilmente raggiungibile anche se in questo settore permane quello che è sempre stato l’ostacolo più grande ovvero l’instabilità del quadro normativo e i continui cambiamenti delle regole del gioco che rendono per molte imprese incerta la remunerazione degli investimenti. Ci sono infatti ancora prospettive incerte per quanto riguarda la norma di trasferimento dell’obbligo di consegna dei CV sulla domanda, anche se in questo mercato si registra un volume dei certificati scambiati in borsa nel 2009 decisamente maggiore rispetto all’anno precedente, e che ha contribuito ad una maggiore liquidità del mercato. Possiamo a questo punto trarre alcune considerazioni sul mix energetico italiano. Un dato certo è che il mix è sbilanciato e occorre quindi capire come ribilanciarlo per far spazio a rinnovabili e nucleare senza penalizzare gli investimenti in corso per carbone, gas e GNL. Inoltre individuare e soprattutto condividere obiettivi a lungo termine è fondamentale per realizzare una scelta ottimale, la quale non è una variabile indipendente, ma è soggetta a pochi e chiari elementi, ovvero la struttura industriale del paese, il modello di sviluppo e le previsioni di crescita, il profilo dei consumi e le condizioni socio economiche. In questo contesto possiamo ritenere che, seppur con i suoi molteplici impatti su consumi e sugli investimenti, l’attuale crisi economica possa costituire una straordinaria opportunità per fare una riflessione approfondita, coerente e lungimirante sul futuro mix energetico nel nostro paese. La realtà italiana fin qui descritta, con tutte le sue anomalie e le su criticità deve rispondere ad un quadro di obiettivi e provvedimenti legislativi a livello comunitario sintetizzati nel cosiddetto “Pacchetto 20-20-20”. Per l’Italia tali obiettivi sono stati fissati al 13% per la riduzione delle emissioni di CO2 e al 17% per la quota di consumo energetico da FER, che equivale a circa il 25% della quota di elettricità appunto da FER, e la riduzione dei consumi del 20% al 2020 attraverso un miglioramento nell’utilizzo efficiente dell’energia. A livello nazionale il governo ha recentemente emanato o sta emanando provvedimenti in tema energetico come la legge Sviluppo del 2009, il fondo di rotazione Kyoto, il Patto per l’Ambiente e il piano d’Azione nazionale per le FER. Senza addentrarci nel dettaglio dei provvedimenti contenuti nella Legge Sviluppo occorre citare che in generale fornisce un indirizzo complessivo di politica energetica puntando sull’efficienza e sul risparmio energetico. Sono stati inoltre attivati meccanismi di finanziamenti privati per i collegamenti infrastrutturali (Interconnector) e importazione virtuale di energia elettrica dall’estero a costi più competitivi. Va anche citata la riforma dei certificati verdi e quindi la traslazione dell’obbligo di consegna da produttori e importatori di energia elettrica a grossisti e venditori; la predisposizione della borsa del gas naturale; la possibilità per i piccoli comuni di scambio sul posto per l’energia prodotta in loco; l’aumento degli incentivi per eolico off-shore e biomasse e infine il rilancio della generazione elettrica da fonte nucleare. Il Fondo di rotazione Kyoto, con una dotazione finanziaria di 200 milioni di euro all’anno tra 2007 e 2009, solo di recente sbloccati dal Ministero dell’Economia, consente il credito agevolato alle imprese e alle amministrazioni pubbliche per ricerca e innovazione tecnologica. Il Patto per l’Ambiente prevede accordi di programma tra Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Ambiente e aziende per investimenti in innovazione e tutela dell’ambiente e finanziamenti agevolati attraverso un fondo di rotazione per il periodo 2009-2012. Inoltre, il 10 febbraio scorso sono uscite le bozze di decreto, al momento in fase di consultazione, per quanto riguarda sia le linee guida per le rinnovabili che il nuovo conto energia, mentre è atteso dalla Commissione Europea entro il 30 giugno, il piano di azione nazionale per le energie rinnovabili. Sulla definizione di un’ efficace politica energetica possiamo dunque proporre alcune riflessioni che possiamo così sintetizzare: 1. Esiste interdipendenza economica, politica e sociale fra Paesi produttori e consumatori. Le interazioni non sono solo di tipo commerciale o monetario (es. know-how/technology transfer); A proposito di innovazione tecnologica l’Unione Europea ha definito una sua visione in ambito energetico basata sul potenziamento delle iniziative nei settori dei biocarburanti, della cattura e stoccaggio della CO2, dell’eolico off shore, dei grandi impianti fotovoltaici, delle smart grids, delle celle a combustibile e delle tecnologie di fissione nucleare. Nel suo Piano Strategico per le Tecnologie energetiche, chiamato “SET plan”, l’UE punta su alcune specifiche tecnologie evidenziando un piano di azioni per attivare significativi investimenti per diverse decine di miliardi di euro. L’UE ha stabilito che le fonti finanziare saranno reperite in parte dai proventi del nuovo sistema ETS di allocazione dei diritti di emissione, in parte dagli stanziamenti del Programma Energetico Europeo per la Ripresa Economica (EEPR), specifico programma energetico finalizzato a sostenere la ripresa economica, e infine dai prestiti concessi dalla Banca Europea per gli Investimenti. I fondi pubblici non saranno però sufficienti e vanno integrati con capitali privati. Per far fronte alla crisi economico-finanziaria, il programma EEPR ha obiettivi ambiziosi -impulso finanziario, sicurezza dell’approvvigionamento energetico, riduzione delle emissioni di gas serra - e una dotazione finanziaria di 4 miliardi di €, con limiti del finanziamento al 50%-80% dei costi ammissibili dell’investimento a stati ed imprese. Gli investimenti sono finalizzati a progetti di infrastrutture di interconnessione per gas ed energia elettrica, energia eolica, cattura e stoccaggio geologico della CO2. Spesso abbiamo sentito associare i piani di ripresa economica, alle iniziative di stimolo alla cosiddetta "green economy", indicata da molti come una delle soluzioni alla crisi stessa. La green economy è in effetti entrata in diversi piani nazionali di recovery per affrontare la crisi: in USA 80 miliardi di $ saranno investiti per la clean energy nell’ambito dell’ARR Act mentre la Cina ha stanziato ben 585 miliardi di $ per la ripresa destinandone gran parte alla green economy. Anche il FMI ha avanzato la proposta di creare un fondo di circa 100 miliardi di Dollari annui per lo sviluppo sostenibile. In Italia i settori eolico, fotovoltaico e delle biomasse hanno generato nel 2008 un fatturato di oltre 5 miliardi di Euro, facendo registrare un incremento del 44% rispetto all’anno precedente così ripartito: fotovoltaico 700 milioni di Euro di fatturato + 100% rispetto all’anno precedente, eolico 2196 milioni di Euro +43% e biomasse +33% con 2285 milioni di Euro. Per quanto riguarda l’occupazione il comparto “green” impiega in Italia circa 20.000 addetti (contro i 5.000 circa del 2002), la metà dei quali nel settore eolico, il 40% circa nel settore biomasse e il restante 10% nel fotovoltaico. Si tratta dunque di un settore in crescita ma, poiché ancora ad oggi la maggior parte del valore aggiunto finisce all’estero, si fa più pressante la necessità di attivare e valorizzare una filiera produttiva nazionale. Ciò andrà considerato adeguatamente anche dal Governo in sede di definizione della strategia energetica nazionale quale elemento di indirizzo e programmazione. Parlando di energia, di ambiente e di fonti rinnovabili non possiamo esimerci dal fare alcune considerazioni sugli esiti della Conferenza di Copenhagen. Il vertice danese, da molti considerato un fallimento, ha in effetti prodotto un accordo non vincolante che mira ad un generico obiettivo di contenimento dell’aumento della temperatura entro i 2°C. L’accordo di Copenhagen ha tuttavia istituito alcuni strumenti finanziari di supporto quali ad esempio il “fast-start financing” pubblico da 10 miliardi di Dollari l’anno per investimenti a breve termine per un totale di 30 miliardi di Dollari e ha previsto di destinare 100 miliardi di Dollari all’anno entro il 2020 ai paesi in via di sviluppo. Secondo lo stesso Accordo, i paesi industrializzanti dovranno fissare obiettivi nazionali di riduzione quantificabili espressi in termini di percentuale rispetto all’anno base di riferimento, mentre i paesi emergenti o non annex I, si dovranno impegnare con azioni di mitigazione, le cosiddette Nationally Appropriate Mitigation Actions o NAMA. A valle dell’accordo, il 31 gennaio 2010, 55 paesi , tra cui Eu-27, Cina e Usa hanno presentato i propri target di riduzione delle emissioni a medio termine (2020). Tali paesi sono responsabili del 78% delle emissioni globali. Tale dato fa vedere il bicchiere mezzo pieno se si pensa che per arrivare alla completa entrata in vigore del Protocollo di Kyoto furono necessari ben 8 anni per ottenere le firme dei paesi responsabili del 55% delle emissioni globali. A conclusione di questa analisi possiamo affermare che, senza incisive efficaci manovre correttive, i combustibili fossili continueranno a dominare la crescita della domanda energetica globale, con tutte le conseguenze che ne deriveranno. L’energia rappresenta un elemento cardine per lo sviluppo, per la sostenibilità ambientale e per la competitività del sistema industriale. In Italia l’attuale mix energetico è sbilanciato e le indicazioni finora espresse per un suo riequilibrio sembrano poco congruenti. Tuttavia alcuni interrogativi permangono: come ottenere il consenso diffuso che abbiamo riscontrato essere così importante nelle scelte di politica energetica? E ancora: se l’Europa ha indubbiamente individuato nell’innovazione tecnologica un fattore chiave di politica energetica, che cosa fa l’Italia a questo proposito? Infine dopo Copenhagen quali sono le prospettive per continuare a sostenere la “Green Economy”? A queste e altre domande auspichiamo possa dare presto risposta la tanto attesa Strategia energetica nazionale ancora in fase di definizione. |

di Raffaele Chiulli, Presidente Safe




