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di Bruno Carli, Head of the Earth Observation, CNR
Le recenti discussioni sulle scelte che dovrebbero essere fatte per mitigare i possibili cambiamenti climatici mettono in evidenza la necessità di un miglior dialogo fra la scienza, depositaria della conoscenza e degli strumenti d'indagine, e la politica, depositaria delle risorse e responsabile delle scelte. La poca interazione che esiste fra le due parti sembra invece essere caratterizzata da accuse reciproche. La scienza lamenta un abbandono della ricerca con finanziamenti sempre decrescenti e la politica lamenta la mancanza d'interlocutori scientifici validi capaci di fornire informazioni utili e delega l'utilizzo della ricerca al sistema produttivo piuttosto che farne uno strumento per le proprie scelte.
Alla base di questa incomunicabilità c'è forse il diverso modo con cui nei due mondi, quello scientifico e quello politico, si concepisce la verità . La verità scientifica è l'insieme delle osservazioni e dei modelli che con queste osservazioni si possono sviluppare e porta a conclusioni probabili, a volte molto probabili, ma mai certe. Lo scienziato è sempre a caccia delle possibili smentite ed eccezioni e a questi eventi poco probabili dà spesso più importanza che alle ragionevoli normali aspettative. Questa mancanza di certezza è aborrita dal politico il quale vuole invece essere in possesso di verità certe in modo da potersi proporre come persona d'azione, sicura e decisa. Soltanto trovando un punto d'incontro fra queste due diverse concezioni della verità è possibile trovare un dialogo fra scienza e politica. Prima di tutto è importante sottolineare che l'incertezza scientifica non corrisponde ad una mancanza d'informazione, tutt'altro, si tratta di un'informazione che, proprio perché accompagnata da valutazioni critiche e ben quantificata in termini probabilistici, offre delle garanzie di oggettività . Il problema è come sia possibile utilizzare questa "informazione incerta" da parte di coloro i quali sono chiamati a fare delle scelte e che vorrebbero giustamente basarli su elementi di solidità assoluta. Questo è però un problema apparente perché solo in un mondo ideale si fanno delle scelte disponendo di certezze assolute. Ciascun individuo fa continuamente piccole e grandi scelte sulla base di speranze e paure che valuta per importanza e probabilità . Non c'è spazio in quest'articolo per dilungarsi con degli esempi: penso che ciascuno possa facilmente analizzare qualche sua scelta personale e individuare quanto fosse certa o incerta l'informazione che l'ha determinata. Nel mondo economico, la scienza gestionale ha formalizzato l'utilizzo delle informazioni probabilistiche con il calcolo dei costi e benefici delle diverse opzioni, calcolo fatto come media dei possibili effetti pesati per la loro probabilità di realizzarsi, Questo approccio gestionale comincia a caratterizzare anche le scelte politiche, ma in questo caso il problema si complica per la necessità di confrontare valori e beni che spesso sono incommensurabili. Il capitano d'industria può facilmente valutare in termini economici tutte le conseguenze delle proprie opzioni e scegliere di conseguenza quella che garantisce il massimo profitto. Il politico gestisce valori, quali il benessere economico, la salute, l'ambiente, la sicurezza, che non possono essere confrontati quantitativamente. Una scelta che favorisce uno di questi valori a scapito di un altro può essere fatta solo sulla base di una priorità politica. Da questa breve analisi emerge che esistono tre ambiti: quello politico dove si identificano le priorità , quello gestionale dove si fanno le scelte e quello scientifico dove si acquisiscono le conoscenze. I primi due ambiti sono proprietà esclusiva della politica, mentre l'ultimo è riservato alla scienza. Pertanto è sbagliato che la politica quando fa delle scelte motivate esclusivamente dalle proprie priorità (scelte di tipo ideologico) le giustifichi con valutazioni scientifiche di parte, estratte con criteri di convenienza dal dibattito scientifico. È analogamente sbagliato che la scienza abbini alle proprie valutazioni tecniche dei giudizi sulla ineluttabilità degli interventi. Valutare la probabilità di alcuni effetti è compito della scienza, ma dedurre da queste parziali considerazioni degli imperativi è un indebito sconfinamento. È invece auspicabile che la politica faccia delle scelte di tipo gestionale e che in questa operazione faccia ricorso al contributo della scienza. È pertanto nell'ambito delle scelte di tipo gestionale che si deve trovare un punto d'incontro per il dialogo fra scienza e politica. La complessità dei problemi che la società moderna deve affrontare rende sempre più necessaria una politica che eviti le scelte ideologiche (cioè basate esclusivamente su delle priorità predefinite) e che sappia affrontare la complessità con valutazioni gestionali dove la moltitudine degli effetti è presa in considerazione e le priorità politiche sono utilizzate per definire i pesi da attribuire alle diverse esigenze coinvolte. Nell'ambito delle scelte di tipo gestionale è fondamentale che la politica utilizzi le informazioni fornite della scienza ed è quindi desiderabile che si sviluppino le occasioni e gli strumenti affinché questo scambio di domande e risposte avvenga. Il documento "Clima, cambiamenti climatici globali e loro impatto sul territorio nazionale" pubblicato dall'Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima (ISAC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche rappresenta un primo passo in questa direzione. Non è un testo per esperti, usa un linguaggio semplice e introduce alcuni elementi di chiarezza intorno ai fatti più dibattuti. Un punto dal quale iniziare.
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