21 Marzo 2011
Dal Nord Africa all’Italia PDF Stampa E-mail

petrolio_off_shore2Quale sarà l’impatto della crisi libica sugli approvvigionamenti energetici italiani? C’è nulla che possiamo fare? Se ne è discusso in una tavola rotonda promossa dal Festival dell’energia, col sostegno di Assomineraria, martedì scorso a Roma.

Le rivolte in Libia hanno determinato un crollo della produzione di petrolio, che contribuisce a un quarto del nostro fabbisogno, e alla chiusura del gasdotto Greenstream, che con una capacità di trasporto di 11 miliardi di metri cubi / anno soddisfa più di un 10% della domanda italiana.

Anche se, finora, la Penisola non ha avuto problemi a coprire le proprie necessità, è evidente che uno shock tanto importante, che investe non solo i prezzi dei prodotti energetici ma anche i volumi potenzialmente disponibili, obbliga a riflettere sulle conseguenze e, soprattutto, a interrogarsi su come limitare il danno nel caso in cui episodi simili si ripetano nel futuro, magari in periodi caratterizzati da una maggiore tensione della domanda.

Infatti, la ragione principale per cui l’Italia non ha subito particolari contraccolpi (al di là dei rincari) è principalmente che la domanda è contenuta, sia per ragioni congiunturali (siamo ancora nella coda della recessione), sia per ragioni di stagionalità (l’inverno è finito e l’estate non è ancora iniziata).

In questo contesto, i relatori si sono interrogati sull’utilità di sfruttare in modo più intensivo le risorse nazionali, attualmente sotto-utilizzate a causa di una serie di provvedimenti normativi tesi a impedirne l’utilizzo. L’ultimo intervento in tal senso risale a pochi mesi fa, con la moratoria sulle estrazioni offshore decisa sulla scorta emotiva dell’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Ciò non toglie che i fondamentali del mercato metteranno presto il Paese alla prova con la sua capacità di sostenere consumi crescenti. Spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia: “I consumi di idrocarburi in Italia crescono, in particolare quelli di gas, mentre la produzione nazionale sta calando. I dati sulle riserve indicano che la produzione nazionale di gas metano potrebbe tranquillamente ritornare a quella degli inizi degli anni '80 se si valorizzassero i giacimenti già scoperti in Sicilia e in Alto Adriatico, con evidenti vantaggi per la nostra bilancia dei pagamenti”.

 

Ma fino a che punto le riserve domestiche possono contribuire a soddisfare la domanda nazionale? La risposta di Pietro Cavanna, presidente Settore Idrocarburi e Geotermia di Assomineraria: “Oggi esistono in Italia oltre 50 progetti per l'estrazione di petrolio e gas cantierabili a breve con investimenti pronti per oltre 5 miliardi di euro. Purtroppo, però, veti incrociati a livello nazionale e locale mostrano che negli ultimi due anni si è registrata una stagnazione del numero di concessioni per la coltivazione di nuovi giacimenti, oltre al fatto che le nuove normative - D.Lgs128 del giugno 2010 - bloccano anche le concessioni esistenti, impedendo di fatto anche i miglioramenti nella gestione del giacimento stesso”.

Su questo punto ha insistito anche Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni: “I disordini in Libia non creano problemi di sicurezza ma suonano un campanello di allarme. Per il petrolio, se l'accessibilità della risorsa è fuori discussione possono esserci dei costi di aggiustamento del breve termine. Riguardo al gas, la questione è più complessa e, se non subiamo contraccolpi, è solo perché la domanda è bassa a causa della recessione. In entrambi i casi, la produzione nazionale potrebbe essere utile a contenere i danni”. Il profilo della sicurezza può declinarsi anche secondo una direttrice diversa: il ruolo del nostro Paese negli scenari globali e, in particolare, nella creazione di un contesto pacifico nel Mediterraneo. Su questo ha parlato Alessandro Politi, analista politico strategico, che ha enfatizzato l’assenza di una politica europea nel Mediterraneo. “Ma anche l’Italia è priva di una propria linea strategica coerente e, soprattutto, manca il coraggio delle decisioni che sarebbero necessarie a stabilizzare l’area, fornendo appoggio alle popolazioni vittime di regimi dittatoriali”.

 

 

 

Ultimo aggiornamento 25 Marzo 2011
 

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