| 18 Aprile 2011 |
| Giappone. Scenari energetici dopo Fukushima |
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Dal punto di vista energetico, e dal punto di vista del contenimento delle emissioni, i progetti del Giappone pre-Fukushima erano ambiziosi: il target al 2020 era di una riduzione delle emissioni del 25%, rispetto al 1990, e dell’80%, sempre rispetto agli stessi anni, entro il 2050. Target che, in una delle economie portanti del mondo occidentale, con un sistema industriale già altamente efficiente, non poteva che basarsi sulla realizzazione di nuove e innovative centrali nucleari. Gli obiettivi del settore nucleare erano dunque analogamente impegnativi: 9 nuove centrali nucleari entro il 2020 e 14 entro il 2030, oltre alle 54 già funzionanti. In questo modo, attraverso il nucleare il Giappone sarebbe arrivato a coprire il 50% dei consumi. Oggi, quattro dei sei reattori di Fukushima sono stati bloccati, altri 8 reattori nel nord ovest del Paese sono comunque stati fermati dopo l’11 marzo; la TEPCO, la società che controllava la centrale di Fukushima e altre tre centrali con più reattori e che sopperiva ai fabbisogni energetici della capitale, fa fatica a rispondre alle richieste energetiche di Tokio. Nessuno è in grado di dire, per il momento, se l’industria nucleare giapponese tornerà a funzionare, quando, a quale regime e a quale ritmo. Da un punto di vista generale il Giappone, povero di materie prime, è uno dei più importanti importatori: l'uranio, per esempio, pesa sulla bilancia per l'11%, il carbone per il 21%, il gas naturale per il 17%, il petrolio (destinato ai trasporti) per il 46%. Il Giappone del dopo tsunami tornerà a incentrare la sua politica energetica sul nucleare oppure no? E' possibile che la strategia energetica venga ridefinita nel suo complesso. Secondo i più, il Paese del Sol Levante aumenterà in maniera notevole gas naturale, carbone e petrolio. Cosa che però renderebbe difficilmente raggiungibile il target fissato per la riduzione delle emissioni. Secondo altri, per il Paese potrebbe essere invece il momento di guardare alle rinnovabili con più determinazione, avviando progetti incisivi. In un articolo, pubblicato sul sito dell’Earth Policy Institute e basandosi su dati del US Geological Survey Study e della National Science Academy, Matthew Roney stima che il Giappone potrebbe avviarsi verso l’autosufficienza energetica ricorrendo a geotermia, eolico e solare fotovoltaico. Ad oggi, il solare fotovoltaico è l’unica tra le tecnologie rinnovabili che si sia sviluppata in maniera importante nel Paese: grazie soprattutto alle politiche di incentivazione promosse (il Governo copre il 35% dei costi per l’installazione domestica) e a una strategia generale basata sul feed-in tarif, il Giappone è oggi tra i leader mondiali per capacità PV installata. I piani governativi prevedevano che si passasse a 28.000 MW nel 2020 e 53.000 nel 2030. Ma è soprattutto lo sviluppo di geotermia ed eolico, secondo Roney, ad essere promettente. Il Giappone è una dei territori più ricchi di risorse geotermiche, con circa 200 vulcani e 28.000 sorgenti geotermiche. Dal 1966, quando si è cominciato a sfruttarla, ad oggi, i megawatt prodotti sono però soltanto 536. Una cifra davvero irrisoria se si considera che il Giappone potrebbe arrivare a una produzione di 80.000 megawatt, coprendo così circa la metà dei bisogni di elettricità del paese, utilizzando tecnologie geotermiche standard. Una risorsa misteriosamente non presa in considerazione, se si pensa che leader mondiali nella produzione di turbine geotermiche sono le giapponesi Fuij, Toshiba e Mitsubishi. Lo stesso discorso può essere fatto per l’eolico. Alla fine del 2010 il Giappone aveva installato 2.300 megawatt di capacità. L’obiettivo al 2030 è di arrivare a 20.000 megawatt, cioè il 6% dei consumi. Secondo uno studio della PNAS (Proceedings of the National Academy of Science), il Giappone potrebbe coprire la metà dei suoi fabbisogni di energia elettrica attraverso l’eolico e questo senza considerare eventuali impianti off shore. Traguardi che sono, però, possibili solo attraverso investimenti sostanziosi in ricerca e sviluppo e che possono delinearsi come prospettive di lungo periodo, nel più breve invece, a tamponamento del deficit di energia prodotto dalla chiusura dei reattori nucleari, più probabilmente si provvederà ricorrendo a petrolio e gas liquido. Per approfondire
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A poco più di un mese dal terremoto e dallo tsunami che ha devastato il nord est del Giappone, mentre i tecnici stanno ancora cercando di stabilizzare i reattori di Fukushima e si procede a una valutazione obiettiva dei danni, ci si interroga su quale sia lo scenario energetico più plausibile per il Giappone che emergerà da questa tragedia. Risposte che peseranno sullo scenario energetico globale.




