| 10 Giugno 2010 |
| Nucleare: un'opzione da considerare su basi economiche |
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Il problema dello smaltimento delle scorie esiste, ma non è né insuperabile, né urgente. La ricerca sta facendo notevoli progressi sul loro trattamento e non è detto che si debba fare oggi una scelta definitiva; al contrario sembra più saggio preparare una soluzione temporanea (per qualche decina d’anni) prima di procedere alla scelta definitiva. Anche la possibilità di proliferazione nucleare esiste, ma nulla ha impedito nel recente passato a nazioni come Pakistan, India, Israele e probabilmente Corea del Nord di dotarsi di un arsenale nucleare, né esiste una seria possibilità di impedire all’Iran di fare altrettanto nel caso che così desideri. Possibili attività di sabotaggio e terrorismo contro impianti nucleari non sono da escludere a priori, anche se molto improbabili: assai più pericolose per questo genere di azioni criminali sono invece le migliaia di sorgenti radioattive disponibili nel mondo per attività cliniche ed industriali, a volte in paesi scarsamente sensibili ai problemi della security internazionale. Pretestuoso è contrapporre l’uso dell’energia nucleare a quello delle fonti rinnovabili o addirittura al risparmio ed alla efficienza energetica. Non si tratta, infatti, di scelte mutuamente esclusive, ma complementari e come tali possono, e debbono, tranquillamente coesistere. Un maggior ricorso all’energia nucleare non può invece avere un significativo effetto moderatore sul prezzo dei combustibili fossili. Infatti, fino a quando non ci saranno alternative ai motori a combustione interna, dovremo continuare a ricorrere al petrolio, il cui utilizzo è stato praticamente confinato alle sole necessità di locomozione terrestre, aerea e marina. Riguardo alla sola generazione di elettricità, tuttavia, è indubbio il suo positivo contributo alla diversificazione geografica e tecnologica del mix di approvvigionamento energetico, e quindi all’incremento della sicurezza “strategica” dei Paesi che vi fanno ricorso. Allo stesso modo, il maggior uso di nucleare non garantisce, di per sé, un vantaggio competitivo decisivo al sistema industriale di un Paese. La competitività di un sistema industriale non dipende solo dal mix energetico, se mai questo ne è una conseguenza, ma dal sistema paese nel quale è calato e del quale serve le necessità, dalla qualità dell’educazione, alla snellezza delle procedure amministrative, alla gestione della cosa pubblica, all’attitudine mentale a competere, alla capacità di innovare, programmare, mantenere la rotta verso gli obbiettivi che ci si è prefisso, senza bisogno ogni volta di ricorrere ad incentivi di supporto. Anche nel caso italiano la scelta di rientrare nel nucleare, pur giustificata anche dalla necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento e di ridurre le emissioni serra, non può che essere fatta su basi economiche e proprio per questo può essere problematica. Rimettere in piedi un settore che ancora non si è finito di smantellare, ripristinare i livelli di esperienza tecnica, le dimensioni e le competenze industriali necessarie non sarà né facile né gratuito. Tutte queste complicazioni, tuttavia, sono superabili. Ciò che più preoccupa è la mancanza di una politica energetica condivisa a livello nazionale e tale da non essere soggetta a ribaltamento ad ogni cambiamento di maggioranza governativa. È piuttosto difficile immaginare un percorso senza scosse quando nessuno ha un’idea precisa del mix da perseguire, entro quanto tempo e con quali strumenti. Chi deciderà quanto nucleare, quanto carbone, rinnovabili e gas usare in futuro per generare energia elettrica? Il mercato? Quali conflitti di competenze sorgeranno fra Stato e Regioni, ad esempio, nella scelta dei siti ove costruire le centrali o confinare le scorie? Si può legiferare, come si è fatto, che in caso di disaccordo sarà l’autorità centrale a dire l’ultima parola, ma abbiamo avuto modo di vedere quanto poco ci voglia a bloccare la realizzazione fisica di opere pubbliche ed infrastrutture anche critiche. Sono tutti fattori che rischiano di allungare e rendere incerti i tempi di costruzione ed ovviamente di far lievitare gli investimenti iniziali forse oltre i limiti di una ragionevole convenienza economica. Quanto al finanziamento di opere del genere, non è difficile pensare che chi presta i suoi soldi per un’attività così a rischio, intrinseco e realizzativo, pretenda per il suo denaro una remunerazione del rischio decisamente più alta nel nostro Paese che altrove. La posizione del governo italiano non dev’essere ambigua: se davvero si intende lasciare ai privati l’onere di questi progetti, non bisogna schierarsi, con i fornitori di una specifica tecnologia, ma concentrarsi sulla definizione di regole ben fatte e durature, e di sistemi di controllo dell’applicazione delle stesse. Questa nuova avventura del nucleare non è cominciata bene e sfortunatamente tutto lascia pensare che si svilupperà anche peggio. Nulla, infatti, è stato fatto per rimuovere gli ostacoli e le opposizioni non sempre ingiustificate che portarono a chiudere la prima avventura. Alcuni erano semplicemente ideologici, altri culturali, altri di sostanza. Sui primi il mondo poco per volta ha smussato qualche asprezza, anche se frange estreme continuano a perseguire le utopie del passato. Molti ad esempio si cominciano a domandare se davvero è un affare bruciare gas ed importare energia nucleare da centrali situate a volte a pochi chilometri dalle nostre frontiere invece che farcela da soli. Ci sono ovviamente casi che dimostrano il persistere di certi estremismi, come quello dell’Alta Velocità, dove alcuni professionisti delle mobilitazioni hanno bloccato la realizzazione di importanti infrastrutture. Sfortunatamente in questi casi entra in gioco quello che l’ex Ministro Bersani ha definito, in gergo sportivo, la “mancanza di fisico”. La prima, enorme, carenza di “fisico” si ha nella colossale ignoranza tecnica che caratterizza la nostra cosiddetta “cultura”: permea la maggior parte dei cittadini, gran parte degli addetti all’informazione di ogni tipo ed attanaglia in larga misura le forze politiche nazionali ed ancor più quelle locali. Su questo humus così indifeso di fronte a qualsiasi panzana, non è difficile instillare qualche pillola di mezza verità per ottenere repentini cambiamenti di umore. La scuola non dà le basi per farsi un’istruzione tecnica personale e gli scienziati non si sforzano di abbassarsi a spiegare con parole accessibili quello di cui si occupano. Così i mezzi d’informazione possono impunemente confondere benzina con petrolio, GPL con LNG, potenza con energia senza che nessuno se ne accorga. Oltre a spiegare come mettere le crocette del voto sarebbe il caso di non lasciare questo ingrato compito al solo Piero Angela, in tarda serata e sui canali meno seguiti. Nel breve non si può fare molto, ma chi si imbarca in una nuova avventura nucleare dovrebbe dedicare all’informazione corretta, non a quella pirotecnica fatta a colpi di slogan, assai più cura ed attenzione di quanto non stia facendo. La seconda carenza di fisico è stata, almeno finora, l’assenza di una chiara politica di indirizzo energetico che non si limiti a mettere in pratica quello che ci dice di fare la UE, sovente per soddisfare l’interesse di due o tre dei suoi membri più influenti. Non a caso molti nel nostro paese invocano come requisito quasi indispensabile un’iniziativa europea che stabilisca regole e standard comuni in materia nucleare. Abbiamo in sostanza abdicato al compito di definire un indirizzo condiviso anche se continuiamo ad affermare che le scelte energetiche non devono essere di destra o di sinistra. Non soddisfatti, abbiamo demandato alle Regioni molti dei compiti che non riuscivamo a svolgere a livello nazionale, con il risultato di moltiplicare i conflitti, elevare il livello di incompetenza, annullare il valore di una rinuncia ad un beneficio particolare fatta nell’interesse generale. Infine, come se l’esperienza di Scanzano non fosse stata sufficiente, si è ricominciato a legiferare senza alcun serio tentativo di coinvolgere nel processo le forze di opposizione e le autorità periferiche. C’è da augurarsi, nell’interesse del paese, che dopo un inizio così irruento, prevalga il buon senso. Se così non fosse, riusciremo probabilmente a mettere entro cinque anni la prima pietra, ma sarà quella tombale, per la seconda e probabilmente ultima volta nella nostra storia. |

Di Adriano Piglia, Direttore Centro Studi SAFE




