| 15 Aprile 2011 |
| Nimby. È l'ora delle rinnovabili |
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L’edizione 2010 del progetto Nimby Forum® mostra un’ulteriore crescita della sindrome Nimby in Italia. Il totale degli impianti censiti durante la VI edizione del progetto è salito a quota 320, registrando un aumento del 13,1% per rapporto all’edizione del 2009. Dai 190 progetti rilevati nella I edizione del 2004, la crescita delle contestazioni è stata costante è progressiva, raggiungendo quota 264 nella IV edizione, 283 nella V edizione, fino a toccare il record attuale. Grandi e piccoli progetti contestati che impegnano a volte intere comunità nell’opposizione e che nel contempo paralizzano interi settori produttivi: opere che in alcuni casi vengono contestate per anni, come nel caso dei 36 impianti rilevati dal Nimby Forum® fin dalla sua prima edizione (2004).
Alla crescita di tipo quantitativo del fenomeno delle contestazioni territoriali si affianca anche una sua evoluzione dal punto di vista qualitativo: nata come espressione dell’opposizione dei cittadini contro l’insediamento di nuove opere sul territorio, la sindrome NIMBY è andata assumendo connotazioni di tipo ideologico e politico. Non sono più improvvisati comitati di cittadini a lottare per la difesa del territorio, ma sempre più spesso si tratta di movimenti strutturati contrari all’impianto o enti pubblici e politici locali che agiscono secondo la logica del NIMTO (“Not in My Term Of Office” ossia “non durante il mio mandato elettorale”). Siamo quindi di fronte a una forte politicizzazione del fenomeno, che in molte occasioni viene strumentalizzato per puri fini elettorali. Proprio su questi elementi si è focalizzato il dibattito tra i relatori del Convegno “Un puzzle da ricomporre. La partita delle grandi opere: energia, ambiente e infrastrutture in Italia”, tenutosi a Roma il 14 aprile scorso, in cui i dati dell’Osservatorio sono stati presentati pubblicamente. Da Vittorio Cogliati Dezza, Presidente di Legambiente, ad Antonio D’Alì, Presidente della Commissione Territorio, Ambiente e Beni territoriali del Senato, da Roberto della Seta, membro della stessa commissione a Guido Bortoni, Presidente Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, il richiamo a una assunzione di responsabilità è stato il leit motiv degli interventi. La sfiducia dei cittadini, la disaffezione generalizzata verso tutto ciò che è “politica” e l’indisponibiltà delle comunità territoriali ad accettare disagi in vista di un interesse condiviso nascono da una mancanza di senso del bene comune dei protagonisti della politica, resi miopi da calcoli sul tornaconto diretto e immediato, personale, di corrente, di partito… Tanto che, la logica è ormai quella della contestazione “tout court”. Le proteste colpiscono gli impianti indifferentemente dal loro stato di avanzamento, tanto che nel 62,8% dei casi si tratta di progetti ancora da realizzare, in attesa di ricevere le autorizzazioni necessarie o addirittura al mero stato di ipotesi. Significativi al riguardo anche i dati relativi ai 24 progetti contestati e poi abbandonati nel corso del 2010: nel 41,7% dei casi l’iter autorizzativo non è stato nemmeno avviato, mentre il 25% non ha ottenuto il via libera da parte degli enti cui compete l’autorizzazione e il 29,2% è stato abbandonato con iter autorizzativo già avviato. Tra i settori produttivi esaminati dall’Osservatorio Media, anche nel 2010 il comparto elettrico risulta essere il settore maggiormente contestato, con un aumento delle proteste nei confronti di centrali a biomasse e impianti eolici: l’86,4% degli impianti per la produzione di energia contestati è riconducibile a progetti alimentati a fonti rinnovabili. Su questo tema si è concentrata in particolare l’attenzione del Presidente D’Alì, che ha sottolineato la necessità di difendere il paesaggio come valore fondamentale, individuando soluzioni che consentano di garantire comunque uno sviluppo alle rinnovabili, per esempio favorendo la realizzazione di impianti di questo tipo in aree già pesantemente degradate. Focalizzato sulle rinnovabili anche l’intervento di Cogliati Dezza che ha sottolineato come rispetto a queste nuove fonti oltre ad un boicottaggio politico, in particolare in merito alla questione incentivi, si stia facendo un boicottaggio mediatico, sottolineando in maniera sproporzionata i danni delle rinnovabili al territorio; questo è particolarmente evidente oggi, in un momento in cui abbiamo sotto gli occhi i danni che possono venire da altre fonti di energia. A preoccupare i cittadini, che scelgono poi di contestare la realizzazione degli impianti, oltre ai temi di salute pubblica e ambientale, è anche la mancanza di un coinvolgimento popolare allargato nel processo autorizzativo. L’assenza di informazioni oggettive e di una comunicazione trasparente da parte dei proponenti o delle amministrazioni coinvolte nell’iter decisionale non fanno altro che aumentare nei cittadini un forte senso di esclusione e di impotenza verso provvedimenti sentiti come imposti dall’alto. A questo si aggiunge la crescente sfiducia nei confronti dei proponenti – anche quando le Istituzioni si fanno da garanti – a causa delle lacune legislative e dell'assenza di pianificazione, oltre che della ripartizione di competenze e dell'attribuzione di responsabilità non sempre chiare e definite. Quello del coinvolgimento reale dei cittadini, della capacità di ascolto da parte delle istituzioni è un tema centrale. Accanto ad esperienze negative, però, per nostra fortuna, cominciano ad accumularsi esperienze positive, ancora poco strutturate forse, limitate per dimensioni e problematicità dei temi affrontati, che è necessario mettere a sistema per sviluppare una riflessione globale, nazionale che porti alla definizione di un quadro regolatorio in grado di garantire i diritti di tutte le parti, e di mettere a punto una modalità di confronto che possa sciogliere in tempi accettabili i nodi più delicati per approdare in maniera trasparente a una soluzione condivisa. |







