25/9/11 ore 13.30 - La guera del clima

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di Paolo Saraceno, dirigente di ricerche INAF


Ne “La Guerra del Clima”, libro presentato oggi al Festival, Stefano Casertano discute le distorsioni introdotte dalla decisione unilaterale di alcune nazioni di adottare limitazioni sulle emissioni, come avviene per il protocollo di Kyoto. L’effetto non è purtroppo virtuoso, e alla fine causa un aumento delle emissioni a livello globale e un danno economico per le nazioni che adottano questi vincoli.

La crescita dei costi di produzione causati dai vincoli ambientali contribuisce, infatti, a spingere le industrie più inquinanti a spostare i loro impianti dai paesi dove i beni sono consumati ai paesi emergenti dove questi vincoli non ci sono e dove sono anche più bassi i costi dell’energia e della forza lavoro.

Il risultato finale è che le stesse merci vengono prodotte con un inquinamento maggiore, cui si aggiunge l’inquinamento legato al trasporto, dai paesi produttori a quelli consumatori, che restano gli stessi. Un fatto che risulta chiarissimo dal rapporto tra CO2 e PIL: per l’Italia esso è 0,27, per la Germania 0,29, per gli USA 0,4 mentre per la Cina 2,5. La produzione in Cina è, in media, 9 volte più inquinante di quella che si fa in Italia. Trasferire una produzione dall’Italia alla Cina per poi portare il prodotto in Italia non appare quindi un vantaggio per l’ambiente.

Accordi come quello di Kyoto causano anche un danno economico, perché il trasferimento delle industrie porta ad una diminuzione della forza lavoro nei paesi sviluppati e ad un aumento delle importazioni, fatti che hanno contribuito alla crisi finanziaria in corso.

In questo scenario, le rinnovabili peggiorano la situazione, perché aumentando il costo dell’energia nei paesi che le adottano, rendendo ancora meno competitive le industrie rispetto a quelle dei paesi emergenti. La cosa è particolarmente negativa per il fotovoltaico, la più costosa delle rinnovabili, che, su scala mondiale, utilizza pannelli prodotti per il 50% in Cina (che esporta i 5/6 della sua produzione) e che li costruisce utilizzando come energia il carbone. In questo modo la Cina inquina producendo i pannelli, guadagna vendendoli ai paesi sviluppatori e rende sempre meno competitivi i paesi che li comprano impegnandoli ad usare un’energia costosa e non competitiva. Anche il dopo Fukushima ha un effetto analogo. La flessione del nucleare che sta avvenendo nei paesi sviluppati e non in quelli emergenti aumenterà ulteriormente il divario nei costi dell’energia.

Come uscire da tutto questo? Una soluzione suggerita da Casertano è quella di far pagare le emissioni non ai paesi produttori di beni ma ai paesi consumatori. Se così fosse il paese che oggi inquina di più cesserebbe di essere la Cina, dove i beni sono prodotti, ma diverrebbero gli USA dove la porzione maggiore dei beni è consumata.

Questo autorizzerebbe le nazioni che devono pagare la tassa sull’inquinamento a mettere un dazio sull’importazione di beni prodotti con un alto inquinamento, rendendo così meno vantaggioso il trasferimento delle industrie nei paesi emergenti con evidenti vantaggi per il pianeta e per le economie dei paesi consumatori, che vedrebbero crescere la loro occupazione.

Il problema è la Cina che potrebbe opporsi a questo meccanismo. Avendo in mano il debito di molti paesi, la Cina potrebbe far valere le sue ragioni con molta forza.