| 25/19/11 ore 18.30 - Climate change: fino a che punto vogliamo rischiare? |
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“Il cambiamento climatico non fa più paura perché non ha mai fatto paura. E non ha mai fatto paura perché non riusciamo ad avere una percezione corretta del rischio. Eppure, noi esseri umani abbiamo reso insignificante il ciclo biologico.” Esordisce così, Paolo Saraceno, brutalmente, aggiungendo a questa sentenza, numeri giganteschi. “Ogni anno consumiamo quanto la natura ha messo sotto terra in 1000 anni”, prosegue. “Le emissioni umane sono 30 miliardi di tonnellate l’anno, 300 milioni sono quelle di tutte i vulcani. Per arrivare a un’emissione pari a quella prodotta dagli esseri umani dobbiamo tornare all’epoca dei dinosauri.” Numeri giganteschi, tanto che rendono inutile perfino l’affannosa ricerca di un modello che possa rendere evidente ciò che sta accadendo. Numeri fuori dalla nostra portata. Il cambiamento climatico non possiamo valutarlo sulla pelle, non possiamo valutarlo basandoci sul meteo quotidiano: non fa parte della nostra esperienza. Per questo, non riusciamo a credere al rischio che il cambiamento climatico rappresenta, per questo, in fondo, nel momento in cui l’attenzione dei media viene catalizzata da altre catastrofi (rivoluzioni, guerre, crisi economica mondiale), il climate change passa in secondo piano. La percezione del rischio è cambiata senza che sia cambiato il problema. Bruno Carli, del CNR, parla invece di numeri piccolissimi e non c’è contraddizione. “Gli strumenti che abbiamo a disposizione, come i satelliti, lo misurano in maniera precisa, coerente e uniforme su tutto il pianeta e queste misurazioni ci indicano che la tendenza è quella di un progressivo riscaldamento globale: la superficie della terra aumentata in 0,8 gradi in 20 anni, nello stesso arco di tempo la temperatura del Mediterraneo è aumentata di 1 grado, il mare sale di 3 mm all’anno”. E così la domanda cambia: è troppo poco per preoccuparsi davvero? Sono variazioni molto piccole e spiegano perché il cambiamento non rientra nella nostra percezione di tutti i giorni; le piante e gli animali sono un amplificatore del cambiamento climatico ed è guardando loro che noi possiamo accorgercene. Piccoli cambiamenti ma molto significativi, continua Bruno Carli. “Questo fenomeno preoccupa perché è una tendenza evidente e che non può avere tendenze contrari, perché le cause sono rimaste invariate, perché il sistema è complicato e si possono innescare meccanismi di amplificazione difficili da prevedere. È la prospettiva di cambiamento che è grave.” Come riuscire a cambiare la prospettiva? Imparare a ragionare su tempi lunghi, scollegare l’idea del clima dalle manifestazione meteorologiche dietro la finestra la mattina. partire da un esempio. “Qualche giorno fa è caduto un satellite. Non abbiamo avuto conseguenze, ma avremmo potuto averne. Si trattava di un satellite nato per lo studio del problema dell’ozono, lanciato nel 1991 e rimasto nello spazio per 14 anni. Il suo rientro è stato rinviato fino a quando non è stato più possibile farlo rientrare utilizzando lo shuttle e si è ricorsi a una modalità di rientro rischiosa. Il rischio era molto basso. Però alla base c’è un processo: qualcuno si è preso la responsabilità di far correre a qualcun altro un rischio. Questo non vuol dire che non dobbiamo mai correre rischi, vuol dire che anche i rischi devono essere condivisi. Non va bene che qualcuno decida i rischi che qualcun altro deve correre.” Questo è quello che stiamo facendo in ambito climatico e lo stiamo facendo con le generazioni future. Fino a che punto vogliamo rischiare? Raggiungere un consenso su un interrogativo di questa portata è certamente arduo, ma probabilmente già solo affrontare la domanda in questi termini, avviare un confronto reale potrebbe fare la differenza e consentirci di vedere rischi che oggi sembrano lontanissimi
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