24/9/11, ore 18.00 - Con tutta l'energia possibile

 

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Leonardo Maugeri, tra i massimi esperti mondiali di energia, è protagonista di un faccia a faccia con Elena Comelli, del Corriere Economia. Dopo dieci anni da Direttore Strategie e Sviluppo in Eni, oggi Maugeri è Visiting Professor al Mit.

Nell'intervista che ci ha concesso, con estrema, e dolorosa, lucidità Maugeri fotografa la situazione del nostro Paese e non soltanto nel settore energetico. "Il nucleare è un'opzione difficile per i Paesi seri", dice. "Per questo, non ho mai pensato al nucleare come un'opzione credibile per l'Italia di oggi." Un Paese in cui, sottolinea, "l'abbondanza di slogan copre il vuoto di pensiero e di visione a lungo termine necessari ad avviare un cambiamento."

Intervista a Leonardo Maugeri, visiting professor MIT
di Agnese Bertello

I punti critici dell’assetto energetico italiano sono gli stessi da decenni. L’ultimo governo aveva individuato nel nucleare uno strumento per modificare questo assetto e costruire un nuovo mix. L’esito del referendum fa venire meno questa possibilità. Diversificare il mix, senza far ricorso al nucleare, è possibile, o continueremo ad essere il paese del gas?

Mi permetta anzitutto una breve digressione sul nucleare e l’Italia. Pur non essendo ostile al nucleare, non ho mai pensato che rappresentasse un’opzione credibile per l’Italia: per la sua intrinseca complessità, l’energia nucleare può essere gestita solo da Paesi capaci di affrontare progetti e problemi difficili e complessi. Purtroppo, l’Italia non è tra questi – o non lo è più da molto tempo. Come possiamo pensare di poter gestire qualcosa di così complesso quando da decenni non riusciamo a realizzare l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, mentre Napoli è sommersa di rifiuti, quando molti grandi progetti finiscono nelle grinfie di organizzazioni malavitose o di imprenditori pronti a risparmiare sulla qualità del cemento armato in aree sismiche, quando i terremotati dell’Aquila vivono ancora in condizioni precarie e i costi di ogni grande opera pubblica lievitano a dismisura per la corruzione endemica del nostro Paese?

Nelle migliori condizioni possibili, il nucleare è un’opzione difficile anche per i Paesi seri: di certo, non può esserlo per l’Italia di oggi.

Fino a che non matureremo come paese, anche il nostro sistema energetico ne pagherà le conseguenze. Inoltre, gli obiettivi energetici di un paese devono essere “laici”, e non spinti ora dagli innamorati di una fonte di energia, ora da un’altra. E occorre dedicare molto tempo allo studio di quegli obiettivi, alle valutazioni tecniche e economiche, alle opportunità di ricerca e sviluppo tecnologico che offrono. Non si concepisce il cambiamento di un sistema energetico di un paese con dichiarazioni rese a “Porta a Porta” o in contesti simili. L’abbondanza di slogan e dichiarazioni copre il vuoto di pensiero e di visione a lungo termine necessari a avviare un cambiamento. Purtroppo, questa è l’Italia di oggi.

copertina_maugeriOggi le rinnovabili non sono ancora in grado di rispondere al nostro fabbisogno energetico. Alcuni paesi, in primis la Germania, stanno però puntando con decisione, su questo settore, investendo notevolmente anche in ricerca. L’atteggiamento del nostro Governo è quanto meno contraddittorio: imprenditori del settore, mondo della finanza, sono costretti a navigare a vista, con le conseguenze che sappiamo… Come interpreta questo atteggiamento?
Molti paesi nel mondo stanno navigando a vista nel difficile mare dell’energia. C’è un’impreparazione che parte dalle università – dove da oltre due decenni, fino a poco tempo fa, l’energia era una materia negletta – e arriva fino alla classe dirigente. Il vuoto è riempito da slogan e azioni improvvisate, da parte di tutti. Così si oscilla tra ondate di nuclearismo e facili entusiasmi per le rinnovabili, senza avere chiari i termini anche tecnici e economici di un’equazione energetica complessiva.
Abbiamo discusso a lungo di ritornare al nucleare quando non avevamo più tecnologie né know-how in questo settore, senza considerare gli aspetti di sistema paese di cui ho parlato prima. Ora ci stiamo eccitando alla prospettiva di diventare il primo paese al mpondo per capacità fotovoltaica installata mentre – in molti casi – assembliamo pannelli di vecchia generazione prodotti in Cina. Quello che mi dispiace di più è che il terreno delle grandi rivoluzioni tecnologiche in campo energetico è ancora da arare, dovrà dare il suoi frutti nel futuro solo se alimentato da una buona ricerca di base, con obiettivi e priorità chiave. Anche il terreno dell’efficienza energetica è da arare, soprattutto per quel che riguarda l’invenzione e l’adozione di oggetti, motori, dispositivi a bassa intensità energetica che costituiscano l’essenza di una nuova rivoluzione industriale.
Un paese come l’Italia dovrebbe puntare proprio sulla ricerca e sullo sviluppo tecnologico in questi campi ancora da arare per darsi un futuro. Peraltro, Ricerca e sviluppo costano assai meno rispetto a investire oggi in dispositivi e fonti di energia ancora non in grado di darci risultati accettabili. Stiamo perdendo un altro grande treno per il nostro futuro, voltando le spalle alla ricerca. E quando ne facciamo, improvvisiamo, disperdendo pochi soldi a pioggia su iniziative frammentarie e - in molti casi – inutili.

Quale potrebbe essere una corretta collocazione del nostro Paese nel sistema energetico europeo (hub del gas, linea di raccordo per il solare dall’Africa)? E soprattutto possiamo legittimamente aspirare ad avere un ruolo europeo?
Quando un paese non ha materie prime, può svolgere un ruolo solo se detiene un know-how proprietario di qualcosa ed è capace di svilupparci attorno un’industria. Per questo insisto sulla ricerca e lo sviluppo tecnologico: senza creare niente di nuovo non avremmo niente in mano per giocare un qualsiasi ruolo, né potremo crescere come paese in termini economici. D’altra parte, non mi sembra una grande prospettiva diventare un paese-snodo per il transito di gas o qualcosa d’altro: saremmo semplicemente un paese che sfrutta una rendita di passaggio, all’incirca il ruolo che ha avuto l’Ucraina come paese di transito del gas russo verso l’Europa. Quando si inizia a concepire il futuro come rendita geografica si è già in una fase di profonda decadenza.

 

Nell’ultimo periodo, lo shale gas, negli USA ha avuto un impatto radicale: la produzione negli Stati Uniti è aumentata di più del 50% e l’importazione di LNG è vertiginosamente calata, con tutte le conseguenze del caso. L’Europa ha interessanti riserve in Polonia, ma al momento non sono sfruttate. Se accadesse, anche il quadro del vecchio continente potrebbe venirne stravolto. La ritiene un’opzione possibile?
Nel mondo dell’energia si fa spesso l’errore di credere che quello che è possibile in un paese o in un’area del mondo sia possibile ovunque.
Il sottosuolo statunitense è il più conosciuto, esplorato e studiato del nostro pianeta. L’esistenza di immensi giacimenti di shale gas negli Stati Uniti era già conosciuta nei primi decenni del Ventesimo secolo. Nel resto del mondo, invece, la conoscenza del sottosuolo è molto più povera, per cui non si hanno stime sulle riserve potenziali di shale gas (o di tight gas). Al momento prevale l’opinione che la disponibilità di shale gas del nostro pianeta ecceda abbondantemente le riserve di gas naturale convenzionale.
Tuttavia, quello che ha fatto la fortuna degli Stati Uniti è anche la disponibilità di immensi giacimenti senza soluzione di continuità, che esistono anche per i greggi non convenzionali. In Europa, però, non esistono giacimenti con quelle caratteristiche: al contrario, si trovano bacini geologici i molto più piccoli e frammentati. Pertanto, non credo gli shale gas possano arrestare il declino delle produzioni europee di metano. Inoltre, lo sviluppo in Europa di un settore anche di nicchia di produzioni da shale gas dovrà fare i conti con le nubi di carattere ambientale che – proprio negli Stati Uniti – hanno già generato i primi temporali.

 

A ciò si aggiunge la crisi del Nord Africa che non accenna a chiudersi. Un atteggiamento da real politik ci suggerisce di considerare che il petrolio è “un’unica grande pozza”; anche cambiando governi, dittatori, relazioni amicali e diplomatiche, difficilmente ci troveremo senza petrolio o senza gas, lo pagheremo semplicemente di più. Come immagina che possa evolvere la situazione nell’area a breve termine e anche considerano uno spettro temporale più ampio?
Anzitutto, attenti a dare per scontato che il prezzo del petrolio sia destinato a crescere sempre. Certo, nel primo decennio di questo secolo le paure dovute a rivolgimenti politici, tensioni violente, atteggiamenti assertivi di alcuni paesi produttori hanno contribuito a mantenere alti i prezzi del greggio. Ma questo sta avendo un lento effetto boomerang. Nel mondo si stanno scoprendo continuamente nuovi giacimenti in aree nuove e in aree mature, mentre molti giacimenti di petrolio non-convenzionale diventano sfruttabili. A mio avviso, in questo decennio, prima o poi l’offerta di petrolio sarà troppo superiore alla domanda e i prezzi del greggio scenderanno sensibilmente. Tutto ciò dipende proprio dagli altri prezzi del greggio che abbiamo sperimentato nel primo decennio del secolo, che hanno consentito l’adozione di nuove tecnologie, reso economico lo sfruttamento di bacini che un tempo erano troppo costosi, frenando al tempo stesso la crescita dei consumi nei paesi più industrializzati. Questa è sempre stata la regola nella storia del petrolio: a periodi di prezzi alti seguono rivoluzioni tecnologiche e apertura di nuove aree esplorative e produttive e una riduzione del tasso di intensità energetica del PIL.

Per quel che riguarda il Nord Africa, ho sempre pensato che sia difficile importare formule politiche dall’esterno in paesi che non hanno sviluppato da soli le condizioni per arrivare a quelle formule. Mi riferisco in particolare all’esperimento della democrazia, a cui la stessa Europa è arrivata attraverso un percorso secolare e tortuoso. In molti paesi africani e arabi esistono élite molto aperte e progressiste, ma anche popolazioni che non lo sono affatto; non esistono partiti di massa organizzati, con l’eccezione di quelli che fanno riferimento alle organizzazioni islamiche – moderate e non. In molti paesi i cui regimi sono stati abbattuti le donne godevano di diritti che adesso potrebbero essere rimessi in discussione. La domanda che sorge spontanea, allora, è: è possibile una democrazia senza democratici? Non lo so, non ho risposte ma solo dubbi. So solo che per il Nord Africa si è aperta una stagione di grandi opportunità, ma anche di grandi rischi. E l’Europa non ha mai avuto una vera politica mediterranea, africana e araba.

Un altro tema molto controverso è dibattuto sono i biocarburanti; oggi, quelli di seconda generazione, che potrebbero risolvere l’aspetto più critico, cioè la competizione di suolo con l’agricoltura, sembrano essere finalmente alla nostra portata. Come immagina l’evoluzione di questo settore? È questo il futuro della mobilità o ritiene più probabili, ed efficaci dal punto di vista ambientale, altre soluzioni, come per esempio la mobilità elettrica?
Restando alle leggi della fisica, i biocarburanti – di qualsiasi generazione – hanno un problema di densità di energia e di potenza che non potrà essere risolto. Saranno sempre necessari spazi enormi di terre coltivate per ottenere modeste quantità di energia. Questo senza considerare i problemi ambientali (massiccio impiego di acque, di pesticidi, impoverimento dei suoli), logistici (trasporto delle biomasse ai centri di trasformazione in biocarburanti) e climatici (davvero nel loro ciclo di vita producono meno emissioni?) che i biocarburanti comportano. E senza considerare l’inevitabile concorrenza tra l’uso dei terreni agricoli per produrre beni alimentari e quello per produrre biomasse pro-biocarburanti.
Se con i biocarburanti di seconda generazione si pensa di ricorrere solo a scarti agricoli e vegetali o a colture non alimentari, si parla di una quantità di biomasse modestissima a fini energetici – considerando la scala del fabbisogno energetico mondiale. Insomma, per me i biocarburanti non costituiscono proprio una soluzione. Diverso è il caso della mobilità elettrica, ma solo in un futuro in cui l’elettricità potrà essere prodotta in grandi quantità da fonti rinnovabili. Non dimentichiamoci, infatti, che ancora oggi quasi il 50% dell’elettricità prodotta nel mondo è generata a partire da carbone….

Lei ha deciso di lasciare l’ENI. Indiscrezioni ci dicono che ha scelto di mettere a frutto la sua esperienza e competenza in un altro Paese. Cosa l’ha spinta ad abbandonare l’Italia? Il suo è un arrivederci?
La prima molla che mi ha spinto a questa decisione non è stata quella delle offerte che avevo dall’estero: ne avevo sempre avute. Anzi, inizialmente pensavo di prendere un anno di sabbatico per tornare a studiare e perfezionare alcune nuove idee che ho già elaborato e intendo sviluppare per il prossimo futuro. Sono convinto – come diceva Henry Ford – che “pensare sia una delle cose più difficili al mondo, e per questo ci si dedicano così poche persone”. La povertà di idee che abbiano di fronte in tutti i settori ne è la prova. Se ho deciso di fare questa scelta adesso è perché qualcosa si era rotto nel mio rapporto con l’Italia e con l’italiano “tipo” che domina oggi la nostra classe dirigente: di più non voglio dire. Ma l’Italia resta il mio paese, per cui non ho mai pensato di dirle addio, ma solo arrivederci. Prima o poi tornerò.