25/9/11, ore 16 - Climate change: fa ancora paura?

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Cambiamenti climatici, media e paura. Il caso Irene.
di Bruno Carli, Isac CNR

Alla fine di agosto, l’uragano Irene ha colpito violentemente la costa orientale degli Stati Uniti spingendosi a Nord più di ogni precedente evento di questo tipo. Gli uragani sono fenomeni tropicali che si manifestano d’estate quando l’oceano, superando alla sua superficie la temperatura di 26,5 °C, genera masse d’aria ricche di umidità che innescano violenti moti ascensionali.

Per questo sorprende che un fenomeno tipicamente tropicale si sia spinto quest’anno fino a New York, alla latitudine 41°. La forte dipendenza degli uragani dalla temperatura del mare suggerisce che il riscaldamento globale possa essere responsabile della loro diffusione a Nord. Questa ipotesi non regge però alla verifica quantitativa. I mari chiusi sono soggetti a un aumento significativo della loro temperatura media, pari a circa 1 °C ogni 10 anni nel Mediterraneo, ma negli oceani l’aumento medio della temperatura è molto più piccolo a causa delle enormi inerzie termiche che sono coinvolte. Pertanto l’aumento di temperatura degli oceani causato dal riscaldamento globale rimane trascurabile rispetto a quelle che sono le variazioni interannuali che si possono manifestare a livello locale. Questo implica che Irene non può essere annoverato come un fenomeno dovuto al riscaldamento globale.

Ciononostante la sua rilevanza per i cambiamenti climatici è notevole poiché ci consente di analizzare il difficile rapporto che noi abbiamo con le previsioni. Quando Irene era nella sua fase di formazione c’era grande preoccupazione e curiosità su quello che poteva succedere e grande attenzione è stata dedicata al problema che l’uragano poneva a una città come New York, che è simbolo della civiltà moderna.

New York è riuscita a difendersi limitando i danni e alla luce di questo successo sia l’uragano che l’allarme da esso generato sono stati rapidamente declassati ad eccessive preoccupazioni. Il fatto che la città, grazie alle precauzioni prese, non abbia sofferto tanto quanto si era temuto ha fatto considerare esagerate le previsioni catastrofiste e poco importante l’uragano nel suo insieme. Invece l’uragano è stato un evento molto grave che ha coinvolto 25 milioni di persone, vaste aree sono state allagate, milioni di persone sono rimaste senza elettricità, migliaia di abitazioni sono state distrutte e 21 persone sono morte.

Il comportamento dei mezzi d’informazione e del pubblico davanti a questo evento mette in evidenza come noi abbiamo bisogno di conoscere il futuro come naturale strategia di difesa dagli eventi avversi, ma poi, quando siamo esposti a troppe preoccupazioni, molto rapidamente le dimentichiamo e giudichiamo eccesivo chi ci richiama alla prudenza ed interferisce con il nostro bisogno di speranza. Tra l’altro se le precauzioni richieste sono state superiori al minimo che si è dimostrato necessario alla luce dei fatti, la persona che ha segnalato il pericolo viene biasimata per eccesso di allarmismo.

La storia dell’uomo è piena di oracoli, profeti e indovini. Questi personaggi avevano un ruolo che era considerato degno di rispetto e deferenza, ma questo riguardo si manteneva nel limite in cui essi alimentavano la speranza, anche se a volte abbinata alle paure. Il rispetto si trasformava facilmente in rifiuto se, come Cassandra, prevedevano solo sciagure.

Le stesse difficoltà nel gestire la percezione e le reazioni dell’opinione pubblica si avverte nel caso dell’allarme per i cambiamenti climatici. Si oscilla fra una posizione catastrofista che vede il cambiamento come imminente e tragico e una posizione scettica che giudica ingiustificata ogni precauzione. È difficile porre i cambiamenti climatici nella giusta prospettiva, tenendo conto della probabilità con cui queste previsioni potrebbero avverarsi, del ritardo con cui eventi di diversa gravità potrebbero manifestarsi e delle inevitabili fluttuazioni geografiche: alcune zone saranno più colpite altre avranno dei vantaggi. Ora che si sanno fare delle previsioni che, all’interno delle loro incertezze scientifiche, sono molto affidabili dobbiamo imparare ad utilizzarle bene. Dobbiamo evitare sia il panico che l’incoscienza e individuare interventi di prevenzione che siano commisurati a una valutazione oggettiva di quelli che sono da una parte il rischio e dall’altra la nostre capacità e le nostre risorse.

La dichiarazione di buon senso fatta da Barack Obama a proposito dell’arrivo di Irene: “Prepariamoci al peggio e speriamo nel meglio” è una dichiarazione tutt’altro che banale. Il disaccoppiare la speranza dall’azione è una saggia decisione, ma non quella istintiva. Uno sforzo analogo di realismo dovrebbe essere fatto nella gestione dei cambiamenti climatici che speriamo che non ci colpiscano nei nostri punti più sensibili e nelle modalità più traumatiche, ma che sappiamo che sono destinati a manifestarsi in modo dirompente.