Processi partecipativi e nuovi modelli politici
matteo_renzi2Intervista a Matteo Renzi, Sindaco di Firenze
di Agnese Bertello

I cittadini esprimono sempre più un bisogno concreto di partecipare; chi amministra un territorio non può limitarsi ad osservare questo bisogno, ma anzi deve renderlo esperienza politica produttiva ed efficace.

Le analisi dell'Osservatorio Nimby Forum hanno evidenziato un desiderio crescente dei cittadini di partecipare alle scelte politiche ed economiche che riguardano la modernizzazione del Paese. Questo atteggiamento si scontra però spesso con la carenza e la parzialità delle informazioni che vengono fornite, con uno scarso coinvolgimento delle popolazioni nelle decisioni da parte delle imprese e delle istituzioni. Sindaco Renzi, quali ritiene possano essere il peso e il ruolo dei processi partecipativi nell’elaborazione di un nuovo modello per la politica italiana?

Un peso considerevole, a patto che si faccia chiarezza su cosa si intende per partecipazione. Si va da un estremo all’altro: ci sono i pasdaran del coinvolgimento popolare e c’è chi si accontenta di operazioni di facciata.
Prima di impantanarsi nella teoria della partecipazione, ricordiamoci sempre che chi è chiamato a svolgere un mandato politico deve assumersi la responsabilità delle scelte e non può convocare assemblee per ogni singola decisione. Ma è miope la politica che resta chiusa nel palazzo, che non si apre al confronto con i cittadini, che pensa di riuscire a far da sola. Allora, oggi, la vera sfida è ridare un senso al concetto di comunità. Da un po’ di tempo va di moda profetizzare un futuro fatto di progressivo isolamento, un’esasperazione dell’individualismo anche a causa delle nuove tecnologie. Senza sottovalutare i rischi, bisogna saper leggere i tempi e far tesoro delle nuove possibilità anziché demonizzarle. Il successo dei social network come facebook nasce da nuove modalità di affermare il nostro bisogno di relazione con l’altro.
Ci sono le piazze virtuali e le strade della città: dobbiamo saperle percorrere tutte, instancabilmente. I cittadini hanno il ‘polso’ del territorio; a volte sono inevitabilmente concentrati sul particolare della propria esperienza di vita e delle proprie specifiche esigenze, ma sono una risorsa enorme che la politica non deve mai ignorare.
La richiesta di partecipazione oggi non è più solo in termini quantitativi: il cittadino chiede di partecipare meglio, pretende attenzione costante, si attende una risposta immediata a un post su internet così come chiede presenza fisica sui problemi della città. Questo cambiamento qualitativo della partecipazione si vede anche nel nuovo modo di fruire la comunicazione. Prima ognuno era vincolato a tempi e mezzi prestabiliti: giornale al mattino, radio in auto, telegiornale la sera. Oggi la circolazione delle notizie è pervasiva in termini di mezzi e di orari e non è una fruizione solo passiva, ma ciascuno si fa diffusore e potenziale promotore di iniziative. Cercare di contrastare questa tendenza è assurdo e non è pensabile tenere i cittadini fuori dalla porta o limitarli al ruolo di comparse nella messinscena della partecipazione. Il bisogno di partecipare, di sentirsi parte di una storia, di un percorso, è sempre più insopprimibile. E non possiamo limitarci ad osservarlo. Cerchiamo di stanarlo; chi fa politica deve avere il coraggio di mettersi in gioco nelle piazze reali e virtuali per raccogliere commenti e idee, incoraggiamenti e critiche.

L’idea di una democrazia partecipativa spesso spaventa: si tratta di un processo complesso da gestire in maniera efficace e produttiva. Come possono questi momenti innestarsi su una impostazione tradizionale di democrazia rappresentativa?

I due momenti sono e devono rimanere distinti. La democrazia partecipativa consente di aprire al confronto e alla discussione sotto varie forme. Penso per esempio al town meeting, formula che abbiamo adottato anche a Firenze per discutere con i cittadini il nuovo piano strutturale. È un modello che nasce con le prime esperienze della democrazia americana ed è stata usata anche per decidere cosa realizzare a Ground Zero dopo l’11 settembre.
Dall’altro lato, la democrazia rappresentativa non è solo la formalizzazione del processo che porta alla decisione in nome e per conto del popolo; la democrazia rappresentativa porta in sé anche la funzione di collettore delle osservazioni o critiche, in modo da incanalare queste ultime in un percorso lineare, privo di ambiguità, che consenta da un lato ai cittadini di sentirsi parte del processo, dall’altro alle istituzioni di arrivare alla decisione finale, in merito per esempio ad un’opera pubblica, tenendo presente il senso di responsabilità che si richiamava all’inizio. È fondamentale, in questo senso, che le ‘regole del gioco’ siano chiare fin dall’inizio: quali sono le opere o i temi su cui si ricorre alla partecipazione dei cittadini; a quale stadio del progetto si può partecipare; come si avvia un progetto di partecipazione e a chi si apre; se c’è un arbitro o garante che vigila sul percorso.

Il Comune di Firenze ha realizzato un’importante esperimento di democrazia partecipativa. Quali sono i risultati raggiunti dall’iniziativa “I 100 luoghi”? Come hanno reagito i Fiorentini e quali sono le prossime fasi del progetto?
L’iniziativa dei “100 luoghi”, lo scorso settembre, è stata un esperimento mai tentato prima d’ora in Italia: cento incontri in cento luoghi diversi, in contemporanea, per discutere insieme ai cittadini del futuro e dei progetti per Firenze. Da Palazzo Vecchio al Palazzo di Giustizia a Novoli, dal parco delle Cascine al Giardino dell’Orticoltura, dagli spazi culturali recuperati delle Oblate e delle Murate a un pezzo di storia popolare come l’Oltrarno, da piazze del centro ai rioni di periferia.
Questi cento luoghi non sono il piano strutturale né l’elenco completo dei progetti che questa amministrazione vuole portare avanti nei prossimi anni. Indicandoli, si vuole sperimentare un modo diverso di amministrare, dare un’istantanea di alcune zone della città e cercare di cambiarle, nel modo più partecipato possibile. Provare a prendere un impegno, guardando in faccia i fiorentini: al termine del mandato, vogliamo restituire questi luoghi migliori di come li abbiamo trovati.
Le assemblee, tenute da me, dagli assessori, dai consiglieri, dai presidenti dei quartieri ma anche da tecnici e dirigenti, oltre a coinvolgere i cittadini, si sono rivelate anche una grande opportunità di “partecipazione interna”, intesa come stretta collaborazione tra gli uffici comunali nel preparare gli incontri e nel recepire le indicazioni dei cittadini per la realizzazione concreta dei progetti.
La qualità di questa iniziativa di partecipazione è stata oltre le aspettative, e anche i numeri ci confortano: ben 10 mila persone hanno partecipato alle assemblee.
Il progetto dei “100 luoghi” non si è esaurito nello spazio di una serata, anzi: dal nuovo anno abbiamo avviato un nuovo percorso, al quale partecipo personalmente, fatto di cento tappe negli stessi luoghi per valutare, con i tecnici e con i cittadini, lo stato di avanzamento dei progetti.

La gestione partecipativa delle proteste che sorgono intorno alla realizzazione di impianti o infrastrutture di varia natura è particolarmente delicata. Lei ha vissuto in prima persona, da Presidente della Provincia, il caso del termovalorizzatore di Firenze. Quali sono, in casi come questo, gli elementi di criticità nei processi di informazione, coinvolgimento e confronto con il territorio?
La vicenda del termovalorizzatore è davvero paradigmatica. Intorno all’opera si è creato un clima da ‘fine del mondo’, con una ridda di dichiarazioni e controdichiarazioni, una lotta tra Guelfi e Ghibellini sfociata anche in un referendum consultivo (tra l’altro effettuato in un Comune diverso da quello dove sorgerà l’impianto), lotte intestine nei partiti. Risultato: anni persi che ancora fanno tardare un’opera fondamentale per una gestione dei rifiuti sicura, efficace, all’avanguardia, che ci metta al riparo da scene apocalittiche purtroppo viste in altre città. Ritengo che l’avvio di una qualche forma di processo partecipativo, o quantomeno di una informazione su larga scala - cosa che da presidente della Provincia ho provato a fare - per far capire che un termovalorizzatore ogni non è un’opera da terzo mondo, ma può tranquillamente convivere con una città, avrebbe avuto effetti largamente positivi che avrebbero limitato l’esacerbarsi degli animi e l’allungamento dei tempi di realizzazione dell’opera.

Quali sono, a suo avviso, i principi fondamentali che devono ispirare le azioni di un amministratore locale a fronte dell’opposizione del territorio alla realizzazione di un impianto di pubblica utilità?
Le barricate non servono, né da parte dell’amministrazione né da parte di cittadini o comitati. Senza dubbio è meglio prevenire il problema, ovvero rendere partecipe la popolazione - fin dall’inizio del progetto di un’opera pubblica - su cosa verrà costruito, quando, dove, e con quali tempi.
L’amministrazione non può abdicare al proprio ruolo: non si può lasciare il governo del territorio nell’immobilismo per cercare di mettere d’accordo comitati di varia natura. Non è possibile che opere pubbliche siano bloccate per anni da ‘tavoli’ inconcludenti.

Scegliere di partecipare, per i cittadini, vuol dire anche orientarsi tra flussi di informazioni spesso contraddittori, e tra dati di tipo tecnico e scientifico che esulano dalla propria esperienza professionale e quotidiana. Quali sono, secondo lei, le corrette modalità di interazione tra pubblica amministrazione e cittadini?
Proprio per questo una corretta e quanto più possibile esaustiva informazione - prima, durante e magari anche dopo - è fondamentale. L’ente pubblico non può pretendere che i cittadini abbiamo gli strumenti per comprendere il burocratese dei progetti, ma il cittadino ha tutto il diritto che questi progetti vengano spiegati in maniera chiara e accessibile a tutti. Torno a fare l’esempio dei 100 luoghi: prima abbiamo informato tramite web, radio, tv e giornali dell’iniziativa. Durante le assemblee abbiamo cercato, con grafici, mappe e fotografie, di rendere i progetti che stavamo raccontando chiari e semplici da comprendere anche a un pubblico di non addetti ai lavori. Abbiamo reso disponibili on line i report delle varie assemblee. Anche per il Piano strutturale il procedimento è stato lo stesso: ‘battage’ informativo su vari media, documento scaricabile on line, e un incontro aperto dove i tecnici, in un fine settimana, armati di cartine e mappe, hanno spiegato con pazienza e in linguaggio comprendibile tutte le novità che interesseranno Firenze nei prossimi anni. I risultati, in termini di coinvolgimento dei cittadini, sono stati impressionanti e ci incoraggiano a proseguire su questa strada.

Per approfondimenti
L'intervista è stata pubblicata nel volume della IV edizione dell'Osservatorio Nimby Forum Un puzzle da ricomporre. La partita delle grandi opere: energia, ambiente e infrastrutture in Italia, pubblicato da Aris

 

 

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