Regimi politici e sicurezza energetica

politi3Intevista ad Alessandro Politi, analista strategico
di Agnese Bertello

Nei primi tre mesi dell'anno, molti dei paesi del Nord Africa sono stati travolti da cambiamenti politici di portata eccezionale. Il movimento non sembra essersi fermato e mette a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti. 

L'atteggiamento da real politik che tendiamo ad avere in queste situazioni critiche ci porta a dire che il regime politico è una variabile che si può gestire. È davvero così?
Direi che, in linea di massima, il regime politico in sé, la sua costituzione, è una variabile su cui si può negoziare parecchio: per il semplice motivo che qualunque regime esista, se un Paese è dotato di risorse naturali ha bisogno di venderle. E qualunque regime vendendo queste risorse ha la possibilità di garantirsi o di facilitare il consenso della popolazione. Quando cambiano i regimi, la domanda che ci si deve porre è come cambieranno le amicizie: questa è la domanda naturalmente inevitabile. Non si può far finta che cambiando governo tutto resti come prima, ma nello stesso tempo anche questo non è un risultato scontato: quando l’Italia è stata buttata fuori dalla sfera di influenza libica, nel 2004, le forniture sono comunque continuate. Non è la fine del mondo, certo bisogna stare attenti che non ci siano danni profondi agli interessi nazionali. Da qui, a dire “Meglio un dittatore che conosciamo, piuttosto che un regime liberale, o democratico, che non conosciamo”, c’è però molta differenza: mi sembra un assunto di partenza basato su pregiudizi piuttosto che sulla realtà concreta.

Ovviamente, l’etica in tutto questo non c’entra…
E' una questione di etica che deriva anche dall'esperienza storica. Prima in Iran c’era una democrazia con Mosaddeq che è stata abbattuta con un golpe degli anglo-americani per metterci lo Scià; poi è arrivato Khomeini, una nemesi per aver abbattuto la democrazia; tuttavia anche gli ayattollah vendevano lo stesso il petrolio, magari a condizioni differenti. Quando il petrolio c’è, non è pensabile non venderlo: il costo per un paese venditore di materie prime è semplicemente troppo alto. Gli embarghi petroliferi fatti da parte dei paesi fornitori sono stati esattamente due nella storia, tutti gli altri li hanno imposti i paesi compratori. In questo senso, anche se bisogna curare il dettaglio e seguire l’evoluzione della crisi politica, non bisogna nemmeno fare delle predizioni apocalittiche: la crisi va gestita.

Il petrolio è un’unica grande pozza, sostengono alcuni esperti. La crisi politica causa un aumento dei prezzi, ma non reali problemi per la sicurezza dell’approvvigionamento. L'impressione è però che si tratti di un movimento che non si è ancora assestato. E' un’ipotesi così remota che arrivi a toccare anche l'Arabia Saudita?
Di questi tempi sarei estremamente prudente nell’escludere anche ipotesi apparentemente lontane. I paesi che sono stati toccati da queste rivoluzioni hanno anche avuto degli indicatori sociali che erano abbastanza interessanti: il tasso di fertilità era caduto, e questo significa che le donne avevano più tempo per occuparsi d’altro, tra cui anche la politica; un tasso di alfabetizzazione molto alto. A questo bisogna aggiungere un’altra variabile importante: il tasso di matrimonio endogamico, cioè tra cugini. Se è molto alto, frena il cambiamento politico, bloccato da logiche familistiche. Quando la famiglia è estesa, e ha dei legami molto forti, subordina l’identità della scelta individuale a quella di gruppo. Da sole le variabili sociologiche non sono il termometro preciso della prossima rivoluzione che arriva; le condizioni – politiche, economiche, sociali, culturali – vanno lette tutte assieme. Un Paese che può certamente avere sommovimenti di questo tipo è l’Algeria. L’Arabia Saudita non è esattamente in queste condizioni, ma non c’è dubbio che una parte della popolazione sciita che si è stufata di essere considerata di serie B o C, e quindi l’esempio del Bahrein è un esempio molto contagioso. Ecco perché i sauditi sono intervenuti a Manama. Ma sarebbero intervenuti anche in Kuwait se l’Emiro locale avesse concesso la democrazia. Nel 1991 quando cacciammo Saddam Hussein dal Kuwait, i cittadini voleva la creazione di un’istituzione democratica che l’Emiro l’aveva promesso. Girò allora una barzelletta “Se c’è la democrazia, arrivano i tank” “Quelli iracheni?” “No, quelli sauditi”. Puntualmente, venti anni dopo sono arrivati non dico i carri armati, ma i blindati sì.

La tesi che lei in altre sedi ha sostenuto è che il problema sia la bancabilità dei progetti infrastrutturali energetici, in un periodo in cui gli Stati nazionali, con poche eccezioni tra cui in particolare la Cina, sono grandemente indebitati. La nostra indipendenza energetica dipende dalla Cina, unico tra le nazioni sviluppate ad avere liquidità?
Sì, io lo chiamo il paradosso del “picco del debito”. Quanti veramente hanno soldi? È vero che ci sono le industrie, i capitali privati, le banche… Io sono convinto che il capitale privato arrivi fino a un certo punto, soprattutto quando si tratta di infrastrutture molto costose. Deve essere la moral suation degli Stati a portare il capitale privato verso determinati investimenti, ma spesso non basta. Oggi la discriminante della potenza non è di tipo militare ma finanziario. Quali sono quindi le vere potenze oggi? La Cina ha disponibilità finanziare importanti, senz’altro; la Russia, per quanto abbia problemi immensi, ha ancora un surplus; la Norvegia; l’Arabia Saudita; il Brasile che forse si avvia a un bilancio assolutamente interessante. L’India, per esempio, no. Avere un fondo sovrano fa assolutamente la differenza. Però, poiché la Cina è un consumatore di energia non penso che abbia voglia di investire in progetti e pipeline che colleghino la Russia all’Europa, ma piuttosto la Russia alla Cina. E quindi questo è un problema per noi.

L’Europa in questo frangente ancora una volta ha dimostrato di non avere una visione comune e la capacità di scelte condivise. In mancanza di questo, i singoli Stati agiscono in maniera scollegata. Quale dovrebbe essere il ruolo dell’Italia?
L’Europa strutturalmente non ce la fa a nascere politicamente, perché gli stati nazionali sono troppo deboli e non possono devolvere sovranità verso l’alto. Possono farlo verso le amministrazioni locali, i comuni, ma non a Bruxelles. Vorremmo che esistesse un concerto delle potenze europee, ma invece  è finito con la Prima Guerra Mondiale: adesso ci sono potenze europee che vanno tendenzialmente in ordine sparso. Se Francia, Inghilterra, Germania e Francia tirassero tutte dalla stessa parte a quest’ora si faceva anche l’integrazione dell’Europa politica e in Libia ci saremmo andati con la bandiera europea. Abbiamo i mezzi per farlo, ma siamo divisi e quindi esposti ad ogni cosa. L’Italia ha una posizione molto ambigua e contraddittoria. Da un lato sostiene che l’Europa non serve, dall’altro in situazioni come questa dice: “Dov’è l’Europa?”. L’Europa è quello che vogliamo metterci dentro. Se poi l’Europa non c’è, per tanti motivi diversi, che ci piacciano o no, allora ci vorrebbe una capacità di leadership: non mi pare che durante la crisi libica abbiamo dimostrato lo stesso piglio e la stessa accortezza che Mattei ed i politici dell’epoca dimostrarono nella gestione della crisi algerina, quando sostennero l’FLN. Questo è quello che stiamo vedendo in questi giorni. È inutile continuare a pretendere che le azioni avvengano sotto “il cappello della Nato”, il “cappello dell’ONU”. Sarebbe bello, ma non è così, perché se sotto il cappello c’è una testa nazionale, il cappello segue la testa. Ci sono Francia e Inghilterra che con ogni probabilità prenderanno la leadership, anche all’interno di un comando NATO e comunque con iniziative nazionali. L’Italia preferisce avere un profilo basso e non avere grane; è un atteggiamento del tipo “Non vorrei, e dunque non posso”.

Lei ha sottolineato molto la necessità di una politica di risparmio energetico. Come dovrebbe articolarsi una politica di questo tipo? Da cosa partire?
Io non sono uno specialista di processi industriali ed energetici. Certamente, è importante efficentare i processi dei settori industriali ad alto consumo energetico. Poi c’è la parte del riscaldamento delle case e quella della mobilità urbana. Non sono mai soltanto cambiamenti tecnologici, sono anche cambiamenti culturali e di mentalità. Questo tipo di cambiamenti possono essere introdotti da un gruppo dirigente che abbia visione, che non stia appeso all’ultimo sondaggio. A cascata si rivedono i consumi diretti e quelli indiretti: è il caso di valutare il peso delle scelte quotidiane, delle “abitudini” quotidiane in termini di consumi energetici. Bisogna concepire il risparmio energetico non come singole iniziative, ma come un insieme sistematico di scelte, una visione della società che porta a un altro equilibrio nel rapporto con l’energia.

Il quadro complessivo sembra voler sospingere verso uno sviluppo più rapido, o politicamente più convinto, diciamo, delle rinnovabili,: se il petrolio è sempre più caro, se il nucleare è sempre più difficile da realizzare vista l’avversione della popolazione, che eventi catastrofici come quello cui abbiamo assistito in questi giorni, radicano sempre di più, ci dirigeremo con più convinzione verso le rinnovabili o no?
Il problema della politica oggi non è che ci sono posizioni ideologiche. In realtà, il problema è che non c’è abbastanza ideologia in termini di visione strutturata del mondo. Si scambiano per ideologia slogan ripetuti venti volte che passano per essere espressione di pensiero profondo, quando non lo sono. Se io ho una visione del mondo, posso anche creare dei grandi disastri, ma ho una mappa di riferimento che mi fa capire perché faccio una cosa. Mentre oggi è tutto molto aleatorio. Spesso si fanno delle scelte perché “il sondaggio mi è favorevole”. Questo modo di intendere, e praticare, la politica lo conosciamo da più di vent’anni e non mi pare ci abbia portati nella direzione giusta. Il nucleare ha dei problemi obiettivi che sono stati evidenziati in maniera drammatica non tanto da Chernoby, dove è stato fatto tutto il possibile perché si verificasse una catastrofe, ma in un posto, il Giappone, dove le norme di sicurezza sono state applicate in maniera seria. Le diffidenze delle popolazioni sembrano oscurantiste, ma si basano su esperienze concrete, non sempre espresse: il Paese del disastro del Vajont non è esattamente il Paese che mi ispira la fiducia necessaria a prendere in considerazione la realizzazione di una centrale nucleare. Questo è l’inespresso.

Ma anche in un paese, il Giappone, dove la sicurezza della tecnologia nucleare è stata fatta a regola d’arte, si è dimenticato un punto che potremmo dire banale: e cioè che è necessario continuare a raffreddare la centrale anche quando è ferma. Questa è una cosa che tanti nuclearisti non sapevano. Se la centrale si blocca, le barre continuano a riscaldarsi. E se si sono rotte le condutture di raffreddamento e non c’è l’elettricità per pompare l’acqua? Il problema dunque è obiettivo.
Sono convinto che ci voglia un mix di energie, ma nell’attesa che si possa affrontare con più confidenza questo secondo grave incidente giapponese, è chiaro che bisogna affidarsi a un insieme di strumenti che vanno dal risparmio energetico - la cosa più controllabile di tutte, perché alla fine sono io che decido di risparmiare, decido gli standard, faccio fare dei retrofit sulle vecchie case e risparmio petrolio non usandolo stupidamente -, ai fossili e alle rinnovabili, che promettono di sostituire almeno delle quote e che sarebbe sciocco non sfruttare. Il modello migliore è probabilmente quello distribuito che, però, richiede anche una diversa visione dell’organizzazione sociale.

Le riserve nazionali possono effettivamente avere un peso nella crisi attuale o no?
Innanzitutto, le riserve devono essere rese accessibili perché altrimenti è come se non ci fossero. Una volta resa accessibili, ci si deve domandare se tenere i pozzi fermi, non intaccare la riserva e attendere periodi di reale bisogno, o se cominciare a pompare. Gli Stati Uniti si sono tenuti riserve naturali consistenti e l’idea adesso è di sfruttarle al massimo. Una riserva è facile da mantenere come tale, con un rigido controllo dei consumi, quando sono visibili delle emergenze di guerra; diversamente le logiche di mercato prendono facilmente il sopravvento e quindi o quelle riserve vengono dimenticate, perché c’è petrolio a buon mercato, oppure la pressione è tale che vanno messe in circolo, al primo rialzo di prezzo, alla prima crisi di rifornimento. Le riserve hanno un valore, ma credo che alla fine sia limitato,visto come funziona il mercato. Certo che se la Cina comincia ad essere un grande cliente, cioè un cliente tale da monopolizzare alcuni accessi, le disponibilità di alcuni Paesi… Ecco un’altra delle ragioni per cui una politica energetica europea sarebbe fondamentale: non si tratta solo di controbilanciare il peso russo, ma anche di trattare con una voce sola con la Cina.

 

 

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