08 Febbraio 2010
Un paese eco-moderno

cancila2Intervista a Enrico Cancila, Fondazione Farefuturo
di Agnese Bertello

Secondo il responsabile della Commissione Industria dell’Unione Europea, Günter Verheugen, se anche non ci fosse il problema del clima, la politica europea dovrebbe comunque essere indirizzata verso la green economy e le green technology. Qual è l’orientamento attuale dell’Italia al riguardo?
Per prima cosa è utile sottolineare come il principio di “green economy” sia destinato a divenire “economy” nel senso che l’economia del futuro non potrà non tenere conto delle pressioni ambientali che derivino dal problema dei cambiamenti climatici piuttosto che dallo sovra sfruttamento delle risorse naturali.

La Ricerca Green Italy ben evidenzia che molti settori dell’economia italiana già si stanno muovendo in questa direzione esprimendo molti casi di aziende eccellenti leader nel proprio settore.

Dobbiamo, quindi, con coraggio, cogliere la sfida senza preclusioni, proprio ragionando collegialmente con le tante forze e risorse che già nel paese operano portando innovazione ed idee importanti e che ci consentano una visione strategica che possa essere definita una ricetta per la green economy.

Oneri ed onori di un patto per l’ambiente che devono essere sviluppati con tutti gli stakeholders, Regioni in testa. Fondamentale è, inoltre, dotare l’Italia di soluzioni applicabili chiare che riescano a dare risposte concrete e quantificabili, non fermandosi a discutere dell’idea che ha impatto zero (e che probabilmente in molti casi non esiste) ma quella che dà il migliore risultato ambientale di prospettiva comparato al nostro sistema produttivo ed al nostro territorio.

Anche il piano Obama, pur evidenziando un’apertura evidente verso l’ambiente, pensa alle opportunità economiche che un mercato “verde” offre ora e nel futuro. Non si parte quindi dalla salvaguardia ambientale tout-court ma dall’economia e dal presidio della domanda di mercato, con politiche che fungono da volano pubblico per sviluppare un aumento esponenziale di beni e servizi a minor impatto ambientale. Beni e servizi che devono comunque poter stare su un mercato e quindi essere accettati e comprati dai consumatori. Non è un caso, per esempio, che il piano americano parli di un aumento dei veicoli ibridi scegliendo una tecnologia che non è la migliore dal punto di vista dell’impatto ambientale ma è quella che assicura garanzie di accettabilità di mercato da parte del consumatore, soprattutto perché non richiede alcun radicale cambiamento delle proprie abitudini. Basti pensare al fallimento di precedenti politiche americane sui veicoli elettrici negli anni ‘80 che esigevano continui pieni e modalità di utilizzo sostanzialmente diverse dai veicoli allora sul mercato (prestazioni, manutenzione) per capire l’importanza di questo principio.

La “soluzione” da proporre deriva da una visione della green economy che non è, quindi, la visione idilliaca di un mondo che cambia radicalmente dall’oggi al domani ma quella di un sistema produttivo che migliorando le proprie prestazioni ambientali ed i propri prodotti riesca, scalino dopo scalino, con grande pragmatismo, a raggiungere tre obiettivi:
- creare posti di lavoro “più verdi”,
- impattare meno sul territorio,
- creare importanti nicchie di mercato verde (sia Business to Business che Business to Consumers).

Solo se cogliamo la sfida della green economy come una sfida realistica alla base della quale ci siano politiche di supporto ai settori produttivi concrete e mirate alla creazione di green jobs, saremo in grado di cogliere dei risultati importanti, di sistema che mostrino una Italia proatttiva e dinamica.

Sulla carta l'accettabilità sociale di impianti a fonti rinnovabili è elevata, e il favore dei cittadini molto netto, tuttavia i dati dell'Osservatorio Nimby Forum evidenziano diversi casi di proteste legate proprio alla realizzazione di questa tipologia di opere. Quali ritiene possano essere le motivazioni alla base di questo fenomeno? Come si potrebbero rendere i cittadini più consapevoli delle opportunità intrinseche della green economy o della green technology?
Per quello che concerne l’accettabilità sociale di impianti a fonti rinnovabili può sembrare strano ma il fenomeno del dissenso è logico per chi si occupa da tempo di ambiente. Gli impatti ambientali sono, infatti, di diversa scala. L’Effetto Serra, per esempio, è un tipico impatto ambientale di scala globale: ergo se alcuni soggetti sono virtuosi ed altri no (a livello mondiale) non ottengo alcun risultato positivo né è facilmente redistribuibile la responsabilità dell’impatto alle singole comunità locali. Quando viene deciso di costruire un impianto rinnovabile la scala degli impatti scende di un livello e posso trovare un’alta densità di contrari nel momento in cui opero la scelta di localizzare l’impianto (che porta con se i suoi impatti locali come il rumore, il danno al paesaggio od altro) anche se, a livello generale, pressoché tutti sono concordi nel passare alle rinnovabili per diminuire la dipendenza da combustibili fossili. La tipica domanda “Nimby” è: perché fra tutti i posti proprio qui visto che l’Effetto Serra è responsabilità collettiva? Non era meglio localizzarlo in altro luogo più adatto?

A queste domande, non solo si può ma si deve rispondere: le scelte di localizzazione dovrebbero essere trasparenti e fondate su percorsi metodologicamente solidi come pure sarebbero opportune forme di partecipazione che partano dalla scelta del sito sino ad arrivare all’individuazione di forme di eventuale compensazione economica od ambientale per la comunità locale che “accetta” l’impianto.

Un alto clima di fiducia fra cittadini, istituzioni ed aziende favorirebbe una risposta chiara, una condivisione serena ed una collaborazione. Purtroppo questo è proprio ciò che manca all’Italia dove è latente un clima di contrapposizione e di sfiducia nelle istituzioni. Il cittadino tende a pensare che dietro ad ogni scelta risieda non l’interesse collettivo ma quello di una sola parte. Ricostruire un clima di fiducia è possibile tramite la serietà delle scelte ed il rispetto dei patti presi con le comunità locali. Di grande aiuto ed utilità possono essere percorsi di reale partecipazione che effettuino tutto il percorso: dalla scelta del sito agli studi di VIA o VAS sino al rispetto dei piani di mitigazione/compensazione (e su questo sicuramente si potrebbe lavorare per diffondere maggiormente in Italia l’ottica francese del “debat public”o di altre analoghe metodiche). La partecipazione, però, non deve divenire deroga al principio di responsabilità. La catena delle responsabilità e della cosiddetta governance deve essere chiara consentendo, sia di chiarire con precisioni i ruoli, sia ai cittadini di rivolgersi al giusto interlocutore per avere risposte concrete ed essere ascoltati. La partecipazione, infatti, non può surrogare la responsabilità e diventare stallo istituzionale od allungamento eterno delle decisioni: in questo senso tempi certi ed obiettivi definiti all’inizio dei percorsi di partecipazione sono elementi prioritari per consentire sia di raccogliere le giuste istanze degli stakeholders sia di consentire il rispetto dei tempi dettati dall’“economia”.

La ricerca Green Italy da voi realizzata in collaborazione con Symbola sottolinea, in considerazione della complessità della società in cui viviamo, la necessità di progettare in maniera organica e a livello di sistema, e per la precisione di ecosistema, ogni singola ipotesi di sviluppo. Non ritiene che troppo spesso all’interno del sistema non si sia in grado di considerare in maniera concreta l’elemento sociale, i cittadini che vivono il territorio, e che questo sia poi alla base di movimenti di rifiuto di scelte economiche subite più che condivise o “partecipate”? Quali possono essere le soluzioni da adottare per favorire la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini nella definizione delle politiche territoriali e dei piani di sviluppo in materia infrastrutturale?

Come sosteniamo nel rapporto “Green Italy” la legislazione italiana, in particolare quella ambientale, è di difficile interpretazione e spesso costituisce un vero e proprio freno allo sviluppo economico e alle iniziative più innovative. Ai tempi di decisione lunghi si affianca una burocrazia non sempre efficace nel limitare gli illeciti, che alimenta dubbi interpretativi e che porta a soluzioni diverse sia a livello regionale che provinciale. Questi handicap strutturali rischiano di non far sviluppare appieno la green economy nel nostro Paese. Per questo è necessario avviare una modernizzazione degli strumenti di policy e di governance nel segno, appunto, della trasparenza, della qualità e della credibilità tecnica delle scelte andando ad incidere sensibilmente sulla crescita di fiducia fra le parti. È decisivo, inoltre, un maggior coordinamento tra i diversi livelli istituzionali e una più chiara individuazione delle responsabilità politiche e amministrative nell’azione di governo dell’ambiente del territorio.

Ad esempio in un’ottica federalista una grande utilità potrebbe avere l’adozione del “burden sharing” regionale sia sugli obiettivi di riduzione dei gas climalteranti sia su altri obiettivi strategici per la green economy (sul modello di quello previsto nella legge sulle energie rinnovabili). Il cosidetto burden sharing consisterebbe nel suddividere fra il livello nazionale e quello territoriale specifici obiettivi scegliendo indicatori di riferimento (può essere il pil piuttosto che la popolazione residente od altre variabili macroeconomiche) così da condividere oneri ed onori degli obiettivi che il paese può raggiungere. Un altro aspetto importante è lo sviluppo di filiere green finalizzate a produrre nuova occupazione e business nel nostro paese. È evidente che lo studio dell’intera filiera di un prodotto e/o di una tecnologia a minor impatto ambientale dovrà sì evidenziare le ricadute positive legate a quel prodotto o tecnologia, ma anche riportare le percentuali di copertura da parte di aziende operanti in Italia. È chiaro che le scelte legate ai finanziamenti ed incentivi dovrebbero andare verso le filiere che possono garantire sia un miglioramento complessivo dell’ambiente sia ricadute importanti in termini di green jobs e fatturato. Con approccio di filiera si vuole ricomprendere anche uno studio delle possibilità di innovazione che non si fermino al solo miglioramento del processo produttivo di prodotti esistenti ma che possa allargarsi alla ricerca vera e propria incentivando l’Ecodesign e lo studio di nuovi materiali, campo nel quale peraltro sono già presenti casi di eccellenza italiani importanti. Tenendo conto della composizione del nostro sistema produttivo la logica di filiera dovrebbe contemplare il collegamento con enti di ricerca pubblici e privati e soggetti finanziari, ovvero tutti i soggetti della catena del valore economico. Altro aspetto cruciale è quello della fiscalità che rappresenta una delle leve decisive per orientare l’economia verso l’orizzonte della green economy. Particolarmente indicata per la situazione italiana potrebbe essere l’applicazione di un’incentivazione al risparmio energetico che si leghi direttamente al consumo di energia (uno schema simile partirà nel 2010 in Inghilterra - il sistema è chiamato CRC Carbon Reduction Commitment - e coinvolgerà soggetti non compresi nell’ETS con un sistema Cap and Trade che porterà a comprare quote sempre maggiori alle organizzazioni non efficienti e diventerà premiante per quelle organizzazioni che saranno riuscite ad investire per ottenere risparmi energetici.). Accanto a questa azione sarebbe auspicabile anche lo sviluppo di forme di defiscalizzazione di tutti quegli interventi che permettono di raggiungere una più alta efficienza energetica e una generale riduzione dei consumi, da strutturare a vantaggio di iniziative in quei settori (trasporti ed usi domestici) che difficilmente potrebbero trarre vantaggio (in termini di miglioramento dell’efficienza) da meccanismi più complessi.
Queste sono solo alcune delle idee che il rapporto Green Italy cita e che possono essere una base di discussione per “eco-modernizzare” il nostro paese.

Per approfondire
Farefuturo
Symbola

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