08 Febbraio 2010
Fotovoltaico italiano. Che succede se saltano gli incentivi? PDF Stampa E-mail

fotovoltaico_lavorodi Stefano da Empoli e Franco d'Amore, I-COM Istituto per la competitività 

 

Nel nostro Paese, il settore fotovoltaico si è sviluppato tardivamente rispetto ad altri Paesi, nonostante l’Italia abbia potenzialità maggiori di quasi tutti i principali player a livello mondiale, concentrate in particolare nel Centro-Sud. Basti pensare che solo alla fine del 2009 ci siamo avvicinati alla soglia dei 1000 MW installati, valicata dalla Germania e dal Giappone già nel 2004, un ritardo abissale in un settore innovativo e di recente sviluppo come l’energia dal sole. 

Tuttavia non è troppo tardi per recuperare il terreno perduto in passato, grazie a un sistema di incentivazione che ha incominciato a dare qualche primo frutto in termini di sviluppo del mercato solo a partire dal 2008. Con benefici che non vanno solo alle aziende che producono energia elettrica e a quelle che sviluppano i progetti, dove si annidano spesso e volentieri ingiustificate rendite di posizione, ma si estendono all’intera filiera.

Basandosi sulle matrici input-output, che rappresentano le interdipendenze settoriali del nostro sistema economico, I-com ha stimato che con una potenza installata pari a 9 GW di impianti fotovoltaici nel 2020 (tanto per avere un’idea dell’ordine di grandezza, in Germania si è già tagliato lo stesso traguardo tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010), l’impatto sul PIL può andare da € 22 miliardi a € 110 miliardi.

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La differenza macroscopica tra le due cifre la fa la possibile creazione di una robusta filiera nazionale del solare. Nel primo caso, infatti, si sono stimati gli effetti della spesa in nuovi impianti fotovoltaici, nell’ipotesi che gli investimenti effettuati rimangano per metà nel circuito produttivo nazionale, una percentuale paragonabile a quella odierna. In questo modo, il settore potrebbe generare una nuova occupazione pari a 23.000 unità di lavoro aggiuntive medie annue per la fase di cantiere, cioè di costruzione degli impianti, e 22.000 unità di lavoro per la fase di gestione degli impianti, una volta che questi entrino in esercizio.

Risultati quindi non trascurabili ma che potrebbero essere significativamente incrementati, qualora si ipotizzasse una produzione annuale sul suolo nazionale equivalente a circa 3000 MW di pannelli fotovoltaici, grazie a un apporto significativo delle esportazioni (come già fanno oggi Paesi che sono partiti prima di noi come Giappone e Germania) e a una crescita a due cifre del mercato mondiale (la IEA prevede un possibile sviluppo della potenza cumulata mondiale installata pari a 400 GW al 2030, con investimenti che raggiungono $ 20 miliardi l’anno). In questo modo si potrebbero creare, in base ai coefficienti ipotizzati nel modello, posti di lavoro pari a circa 210.000 unità di lavoro.

Tutt’altro che trascurabili sarebbero pure i benefici per le casse dello Stato (fino a € 31 miliardi nello scenario più elevato) e per l’ambiente (con una riduzione delle emissioni a regime pari a circa 6 milioni di tonnellate annue)

Il condizionale però è d’obbligo non solo per l’inevitabile incertezza che circonda gli scenari di mercato ma anche e forse soprattutto in questo momento per le imminenti decisioni del Governo sul nuovo conto energia, che dovrà seguire l’attuale regime di incentivazione che andrà in soffitta il 31 dicembre 2010. Dalla bozza di decreto circolata pochi giorni fa, sembrerebbe che il Governo abbia scelto di tagliare gli incentivi a colpi di scure. La riduzione sarebbe resa graduale dallo scaglionamento dei tagli in tre quadrimestri nel 2011 e nei due anni successivi (al ritmo del 6% annuale). Ma il risultato finale sarebbe comunque molto pesante, con decrementi compresi tra il 23,4% per i piccoli impianti non integrati e il 38,3% per i grandi impianti integrati.

I tagli proposti sembrano tenere in considerazione il solo fattore della diminuzione dei costi legati al progresso tecnologico e alle economie di scala, trascurando almeno due fatti essenziali:

1) la riduzione dei costi dei moduli potrebbe in parte essere dipesa dalla diminuzione dei costi delle materie prime a causa della crisi economica e in parte è comunque bilanciata dall’aumento di altre voci di costo, come ICI, imposta di registro, affitto/acquisto dei terreni, stipula delle convenzioni con i Comuni, due diligence bancarie, ecc.;
2) la crisi finanziaria ha avuto un impatto significativo sui rendimenti per gli investitori, a parità di incentivazione, a causa della riduzione della leva finanziaria e dell’aumento degli oneri per interessi.

Non considerare opportunamente questi due elementi potrebbe generare forti contraccolpi sugli scenari di sviluppo del settore. Tanto più che il periodo di incentivazione previsto nella bozza che sta girando è triennale e quindi assicura un orizzonte temporale breve per gli operatori elettrici e forse ancora più breve per le aziende della filiera che avrebbero bisogno di prospettive più certe nel lungo termine per investire nel settore. Pensiamo ad esempio alle aziende straniere che potrebbero decidere di collocare siti produttivi in Italia oppure ad aziende italiane operanti in settori affini che potrebbero riconvertirsi. E risulta difficile citare a conforto dei tagli proposti le esperienze di Paesi come Germania e Spagna, dove le riduzioni degli incentivi che pure si sono registrate nell’ultimo periodo sono intervenute in uno stadio di maturità del mercato molto superiore.

L’auspicio è che alla fine il Governo non si assuma il rischio di bloccare la crescita di un settore che solo negli ultimi tempi ha dimostrato di poter dare un contributo positivo al sistema produttivo italiano e che in futuro potrebbe riservare sempre maggiori soddisfazioni per l’economia del nostro Paese, alla ricerca di nuove strade di sviluppo. Quindi, se tagli ci devono essere, siano almeno fatti a colpi di cesello più che di scure.

Sito I-COM

Per ulteriori approfondimenti:

Il federalismo energetico alla prova dei fatti

L'innovazione che serve

Energia solare: storia, attualità e scenari futuri

Ultimo aggiornamento 09 Febbraio 2010
 

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