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di Agnese Bertello
La politica energetica di Obama, il Green New Deal, sono per noi europei oggetto di invidia e di sconforto. Invidiamo agli americani il loro Presidente, invidiamo la sua capacità di avere una visione, invidiamo il sogno che si rinnova sotto altra forma, con altre parole. Ma ne sappiamo poco. Sappiamo che si vuole investire nelle rinnovabili, sappiamo che questo dovrebbe funzionare da traino per l'economia, sappiamo che dovrebbe creare posti di lavoro. Gli interrogativi pendenti restano intorno al come tutto ciò può realizzarsi. Questo finora nello specifico non ha provato a raccontarcelo nessuno. L'incontro con Mark Hopkins, responsabile della Policy per l'Efficienza Energetica della UN Foundation, organizzato a Milano dal Consolato Americano, insieme con Legambiente, e-gazette e la Camera di Commercio, ha colmato alcune di queste lacune. In parte, ovviamente; ma ha quanto meno restituito contorni di realtà e concretezza a quella che finora era per molti di noi poco più di un'immagine tanto più idealizzata, quanto più vaga.
Quello che ne emerge è che la nostra invidia è giustificata, se quello che sentiamo come manchevole è una visione chiara, che dal sistema energia scende a coprire tutti i livelli, quello economico, produttivo, sociale; una visione cui si lega il proverbiale dinamismo americano. Noi europei, da anni ragioniamo e facciamo grandi dichiarazioni e grandi prese di posizione e firmiamo trattati intorno a queste tematiche, ma ben poco siamo riusciti finora a muovere. Loro ci credono. Obama ci crede. E ci stanno lavorando, pragmaticamente, come sanno fare loro, e come dovremmo imparare a fare noi, con la consapevolezza della complessità della situazione, della necessità di agire a livello di sistema. Ci credono e ci investono parecchio: complessivamente sono 100 miliardi i dollari che verrano investiti nel settore. Un confronto interessante, anche per la capacità di chiarire, con poche sintetiche battute, da un lato le differenze di approccio al problema, tra americani ed europei, le sostanziali differenze culturali, e dall'altra la determinazione con cui la nuova strada è stata segnata, a partire da: "Non abbiamo mai avuto una vera politica energetica che non nascesse dallo slogan il massimo dell'energia al minor prezzo. Adesso stiamo cambiando". Ma andiamo con ordine.
I LIMITI ALL'AZIONE DI OBAMA Hopkins prende la parola e mette in qualche modo le mani avanti; dice, in soldoni: voi europei amate molto Obama, anche da noi è molto popolare, ma non chiedetegli di più di quello che può fare. Da noi esiste un Senato che deve ratificare le Leggi; non possiamo presentarci a Copenaghen con ambiziosi progetti di riduzione delle emissioni che non siano poi accettabili in quella sede. In più, su alcune materie gli Stati sono sovrani e decidono autonomamente, taluni in senso più progressista, altri in senso più conservatore. Ma i giochi sono meno lineari di quanto potremmo pensare di primo acchito. Se al Senato Obama ha 40 senatori Repubblicani contrari alla sua politica, e in particolare al Progetto di Legge di stimolo, ce ne sono altri 12/15 che sono Democratici e che ciò nonostante hanno votato contro per paura di perdere il loro seggio, poiché alcune misure previste nel pacchetto possono essere intese come lesive degli interessi economici degli Stati in cui sono stati eletti, del Midwest nello specifico, con un'industria tradizionale che potrebbe risentire delle conseguenze della Green economy. Obama non ha la bacchetta magica, non è Re Mida, ci avverte Hopkins, eppure nello stesso tempo sottolinea e ribadisce l'importanza del cambiamento che stanno cercando di realizzare. "Le cose succedono se chi detiene il potere individua in quel cambiamento le priorità . Allora, l'idea si diffonde, scende di livello in livello, permeando l'intero sistema." Un cambiamento che nasce da un serio e approfondito lavoro intellettuale di studio sulla direzione da intraprendere per dare slancio allo sviluppo e che si concretizza nella Proposta di legge di stimolo presentata in Senato che tiene insieme energia, sviluppo e welfare, addirittura. Una proposta di legge che potrà essere presentata a Copenaghen come impegno esplicito degli USA.
LO STIMULUS BILL Cosa prevede questo pacchetto? Un nodo centrale di svolta è individuato nel completo rinnovo della rete elettrica. Quella attuale risale agli anni Cinquanta, è di tipo analogico; l'orientamento è ovviamente verso le smart grid, le reti intelligenti, capaci di valutare in tempo reale i consumi e dunque orientare la distribuzione dell'energia, riducendo drasticamente sprechi e dispersioni. Si tratta di un investimento enorme, ma il mondo degli affari sta scommettendo sul settore (a Wall Street, tutto ciò che è green funziona tuttora bene). Le utilities dovranno essere toccate anche da altri cambiamenti importanti sul terreno dell'efficienza. Dovranno rinnovarsi dall'interno come modello. Da questo punto di vista, ha dichiarato Hopkins, molto è già stato realizzato da alcuni Stati federali: diciassette di questi hanno infatti adottato un nuovo modello di business che mette al centro non solo la produzione e la distribuzione di energia ma anche l'efficienza stessa. Parte del core business delle Utilities diventa fare efficienza, vendere efficienza energetica, ciò permette di introdurre il concetto di efficienza energetica nel mercato. Sempre in ambito di efficienza un altro importante elemento della proposta di legge prevede sostanziosi finanziamenti per un piano di climatizzazione delle case delle famiglie a basso reddito. In questo caso, l'intervento coniuga un obiettivo di risparmio energetico con un obiettivo sociale: ad occuparsi di questo lavoro, le cui potenzialità sono evidenti, saranno chiamati giovani disoccupati con basso livello di scolarizzazione. È un settore nel quale da sempre gli USA investono, un modello non nuovo per loro, ma su cui quest'anno andranno a cadere 5 miliardi di dollari di finanziamenti aggiuntivi. Sempre in termini di efficienza degli edifici, il progetto di legge prevede di mettere mano ai 500.000 edifici che fanno parte del demanio federale. Gli investimenti previsti per le rinnovabili nella Proposta di legge non sono ingenti, per lo meno se confrontati con altri numeri, si tratta di 6 miliardi di dollari, ma, tiene a precisare Mark Hopkins, si tratta di un investimento di garanzia, cui potranno aggiungersene altri. Ogni Stato della Federazione ha un suo Ministero dell'Energia e politiche e finanziamenti adeguati. Hopkins segnala però anche una preoccupazione latente dei singoli governatori: che farne di questi soldi? come investirli concretamente? quali politiche avviare? Insomma, se il processo e la direzione sono state individuate; se si sono già accumulate esperienze virtuose, progressiste in alcuni Stati, altri sono ancora fermi al palo, incapaci per il momento di inserirsi adeguatamente in questo processo.
Quello che è certo però è che: "tutte le nuove capacità sono legate alle rinnovabili". E continua: "Non costruiremo più impianti a carbone; abbiamo ricevuto diverse richieste (78 per essere precisi), ma la realizzazione delle centrali non è stata autorizzata." È una dichiarazione perfettamente in linea con quella di Steven Chu, ministro dell'Energia, che identifica nel carbone il suo incubo personale, incubo che l'ipotesi di implementare processi efficaci di cattura e stoccaggio della CO2 non tende ad alleviare: "Non sono un fan della CCS", dichiara Hopkins: "sono ricerche costosissime, con tempi lunghissimi, e possibilità di retrofitting ridotte". Ciò nonostante, la ricerca nel settore va avanti, come testimonia l'accordo appena siglato tra USA e Italia, di cui Fedora Quattrocchi, INGV, ci parla nel suo articolo. Tassativo sul carbone, Hopkins si dimostra più cauto e possibilista sul nucleare. Pur consapevole delle incognite che ancora rappresentano scorie e costi, ammette che nel settore la ricerca sta continuando e che si stanno cercando nuove strade: il Dipartimento di Energia ha richiesto nuovi progetti di ricerca da vagliare per la realizzazione di 5 nuove centrali.
RIVOLUZIONARE AUTO E MOBILITA' Terra di macchine esagerate e di viaggi on the road, celebrati con libri e film dalla conquista del West in poi, l'America si appresta ad una rivoluzione anche da questo punto di vista. Due miliardi e mezzo di dollari saranno investiti nel settore delle batterie elettriche per le auto. Mentre la ricerca procede a passo spedito sui biofuels di seconda generazione, prodotti anche grazie ad altre colture e con processi di maggiore coinvolgimento diretto delle comunità agricole. Fondamentale è però un ripensamento del sistema dei trasporti pubblici, dei collegamenti tra città e tra Stati. Una sfida infrastrutturale importante, e una sfida anche per il settore dell'automotive. Da questo punto di vista, gli USA guardano all'Europa con interesse, quello che intendono scoprire è: come si fa a guadagnare producendo macchine piccole? Quale modello di business c'è dietro? Dov'è il margine di guadagno per chi produce? Pare che sia su questo che oggi si arrovellano i manager della Ford. "Anche per noi, le macchine piccole, con consumi ridotti, sono il futuro", ha sostenuto Hopkins, "è importante scoprire come fare funzionare questo meccanismo all'interno del nostro sistema".
CRESCITA E SVILUPPO "Crediamo nello sviluppo, nella possibilità di un nuovo sviluppo e stiamo cercando la strada per attuarlo. Tutti gli elementi di analisi ci dicono che lo sviluppo, la crescita stanno lì, nelle fonti rinnovabili, nell'efficienza energetica ed è lì che intendiamo andare. Un percorso che facciamo con la comunità di business, perché non esiste per noi altro modo di far funzionare le cose, se non creando reali opportunità di crescita." Il sostegno allo sviluppo ha senso solo nel momento in cui serve a mettere in moto un motore, quello del mercato, del business, di una nuova filiera produttiva. Qualunque altro ragionamento o ipotesi di sovvenzione statale risulta ostico e incomprensibile. Creare business è una necessità senza la quale nessun tipo di politica può avere effetti reali. "Se un processo minaccia la crescita economica non verrà accettato", sostiene Hopkins. "C'è bisogno di sviluppo e di sviluppo economico. L'economia verde ci porta verso un'economia più stabile" Alla domanda, venuta dal pubblico, sulla necessità di stimolare direttamente anche un cambiamento culturale, favorendo un'inversione di tendenza sui consumi, Hopkins tentenna, perché sa che da noi ha attecchito una nuova visione del futuro che ruota intorno all'ipotesi della decrescita. Alla fine, con la schiettezza che contraddistingue il suo linguaggio, ammette: "Abbiamo sempre evitato questo quesito", risponde. "Lavoro da 30 anni nel settore dell'efficienza energetica, abbiamo sempre spiegato che essere efficienti è di per sé sufficiente a far risparmiare, a consumare meno energia e a spendere meno; non volevamo portarci dietro la nomea di ‘quelli che stanno contro lo sviluppo, contro la crescita, contro la macchina, contro l'America'. Qui in Europa c'è una diversa consapevolezza delle varie tematiche legate all'energia e del loro peso; da noi se il prezzo del petrolio non sale non ce ne preoccupiamo. Ammetto che per ora l'ipotesi della riduzione volontaria dei consumi come scelta individuale non è considerata." Il fascino della decrescita, felice o imposta, che nella decadente Europa ha un seguito notevole, non sembra aver fatto proseliti negli USA
KYOTO, COPENAGHEN AND C. Ma le differenze culturali sono significative anche rispetto al modo in cui ci si avvicina a Copenaghen. "L'idea degli impegni internazionali vincolanti da noi non funziona, viene vista come una cosa senza possibilità di successo. Quando si vuole raggiungere un obiettivo, non serve mettere un vincolo". Critico verso il nostro approccio più filosofico, ideale ed ideologico, che ci induce a mettere l'asticella sempre molto in alto, senza valutare correttamente l'impegno che richiede e le reali possibilità di conseguire l'obiettivo, Hopkins sottolinea la necessità di un atteggiamento pragmatico, obiettivi plausibili e strumenti concreti. "Per gli americani un atteggiamento diverso è fonte di frustrazione". Differenze culturali a parte, l'efficienza continua a essere il punto focale dell'intervento di Hopkins e della politica di Obama, tanto che ai suoi occhi risulta fondamentale mettere il tema al centro di specifici accordi internazionali, come in passato aveva tentato di fare Blair. Secondo Hopkins, i Paese del G8 potrebbero elaborare un Piano e presentarlo a Copenaghen. Si tratterebbe di un obiettivo globale sull'efficienza, un accordo non vincolante, a sottoscrizione volontaria, che impegna direttamente solo i Paesi sottoscrittori. Un'ipotesi che un po' contraddice quel senso di pragmatismo cui sono orientate le scelte di politica interna, ma evidentemente trovare un compromesso che tenga insieme culture politiche economiche così diverse è ancora più difficile: il dialogo però è aperto e molto dipenderà anche dalla disponibilità degli altri Paesi membri del G8. Resta netta la sensazione di una volontà ad andare avanti e la determinazione a individuare la strada giusta.
PER APPROFONDIRE Un Foundation, programmi per l'efficienza energetica
I NOSTRI APPROFONDIMENTI Italia e USA leader nella ricerca sulla cattura della CO2, di Fedora Quattrocchi (INGV) Barak Obama, dalle promesse elettorali alla realtà , di Carlo Stagnaro (IBL) Obama e le illusioni da petrolio, di Davide Tabarelli (NOMISMA ENERGIA)
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