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di Davide Tabarelli, Nomisma Energia, e Gianni Silvestrini, Kyoto Club
Le rivoluzioni politiche in Nord Africa hanno fatto schizzare il costo del petrolio. Due esperti affrontano per ES il tema più generale del rapporto tra domande e offerta nella definizione del prezzo dell'oro nero.
Costa troppo o troppo poco? di Davide Tabarelli, Presidente Nomisma Energia
Entrambe le cose, costa troppo il petrolio, ma costa anche troppo poco. Si tratta di uno dei paradossi più interessanti dell’economia dell’energia, che trova riscontro in tutto il mondo in molti settori, ma in particolare in quello dei trasporti, dove il petrolio può godere dell’assenza di alternative credibili nei prossimi 30 anni.
Perché costa troppo Costa troppo per una ragione banalmente contabile. Il prezzo del greggio, che nel 2010 ha oscillato costantemente fra i 70 e gli 85 $, come tutti i prezzi deve essere sempre paragonato al costo di produzione. Attualmente nel mondo non esiste una goccia di greggio, almeno convenzionale, che abbia costi di produzione superiori ai 20 $ per barile. Anche il famigerato greggio che doveva regolarmente uscire dal pozzo di Macondo della BP nel Golfo del Messico, esploso il 20 aprile e chiuso il 15 luglio 2010, non avrebbe avuto costi superiori ai 20 $/bbl. I greggi ottenuti dalle lavorazioni delle sabbie bituminose del Canada arrivano verso i 50-60 $, ma sono volumi ancora limitati. Il fatto che i prezzi del petrolio siano sempre stati di molto superiori ai costi di produzione è una vecchia questione di rendita mineraria di cui si sono occupati ampiamente nel passato tutti i grandi economisti, fra cui il nostro Luigi Einaudi addirittura con un libro, appunto intitolato La rendita mineraria pubblicato nel 1900. Un’alta differenza fra costi marginali e prezzi di vendita serve al produttore per sopportare vari rischi, fra cui, nelle miniere, spicca quello geologico, riconducibile al fatto che mai nulla di certo si sa, quando si produce qualcosa sottoterra. Nel caso del petrolio, una rendita ancora più alta è giustificabile dal rischio politico e dalla maggiore complessità delle attività industriali. Su questi punti abbiamo dibattuto per decenni in passato, quando il prezzo del barile era sotto i 30 $ e i costi del Medio Oriente non superavano i 5 $. Oggi siamo a 80 $, i costi nel Medio Oriente sono sempre quelli e francamente la differenza è difficile da spiegare solo con la rendita mineraria. Certo c’è anche chi sostiene che i costi marginali non sono quelli del Medio Oriente, essendo quella produzione esclusa dal mercato attraverso il cartello OPEC, ma anche questo è un punto difficile da difendere, almeno con una visione di lungo termine. Qua c’è oltre il 70% delle riserve mondiali di greggio, con costi per portarla in produzione non oltre i 10 $ e 6 milioni di barili giorno di capacità produttiva inutilizzata, i cui costi sono prossimi a zero. L’unica giustificazione, perché i prezzi possano essere così alti, è che i consumatori finali non ne possono fare a meno, e allora possiamo dire che i prezzi sono troppo bassi.
Perché i prezzi sono troppo bassi I prezzi sono troppo bassi perché i consumatori finali non hanno alternativa al petrolio e ai suoi derivati. Oggi il petrolio è ancora di gran lunga la fonte principale a copertura del consumo mondiale di energia con una quota del 35%. I consumi di petrolio sono sempre più concentrati nel settore dei trasporti, dove i motori delle macchine hanno fatto passi straordinari nell’efficienza, ma per i quali non si vedono alternative ai derivati del barile. Un litro di benzina o di gasolio contiene un’altissima quantità di energia, pronta per l’utilizzo, che non trova pari in termini di facilità di stoccaggio e movimentazione. Le fonti alternative fanno soprattutto elettricità. Le nuove tecnologie aiuteranno l’auto elettrica o i biocarburanti, ma il loro ruolo nei prossimi decenni rimarrà marginale. Un litro di benzina costa in Italia circa 1,4 € al litro, negli Stati Uniti 0,5 €. Le abitudini degli automobilisti di tutto il mondo, nella loro ricerca spasmodica di una crescente domanda di mobilità, non cambierebbero nemmeno con 2 € per litro, il che implicherebbe un prezzo del greggio verso i 200 $ per barile. Del resto, tenuto conto delle tasse, i paesi consumatori in Europa pagano già oggi 200 $/bbl, di cui 120 sono tasse.
Costi bassi, grazie alla tecnologia e alle riserve del Medio Oriente, e grande utilità data agli automobilisti disegnano un futuro ancora molto lungo per il petrolio e per tutti i problemi che si porta dietro.
Costa troppo o troppo poco? di Gianni Silvestrini , Direttore scientifico Kyoto Club
Anche se in passato spesso non è stato così, il prezzo del greggio in futuro sarà sempre più regolato dal rapporto domanda offerta. Una fase di stress dei mercati accompagnata da manovre speculative ha portato le quotazioni del greggio a raggiungere nel 2008 i 157 $/barile. Il prezzo si è ora dimezzato, ma è possibile che analoghe fluttuazioni si registreranno nei prossimi anni.
Tornando alla domanda, il costo attuale può essere considerato alto in relazione ai costi di estrazione, ma in realtà è basso se ragioniamo su un orizzonte temporale lungo. Anche se è difficile definire il periodo nel quale si registrerà il picco della produzione di petrolio, quando ciò avverrà il prezzo tenderà a crescere notevolmente. Anche se molte stime ufficiali sono rassicuranti sia sulla disponibilità che sui prezzi, in realtà, anche da parte delle istituzioni più caute, come l’International Energy Agency, vengono messaggi preoccupati sulla capacità di mettere in produzione nei prossimi anni i nuovi giacimenti di greggio necessari.
Se ad una risorsa scarsa si attribuisce un prezzo troppo basso questa tende a esaurirsi rapidamente. Poiché parliamo di una risorsa che non abbonda, un atteggiamento saggio in un mondo virtuoso nel quale si riuscisse a stabilire un accordo tra venditori e compratori sarebbe quello di avviare una escalation dei prezzi con una progressività tale da venire metabolizzata dalle economie senza troppi traumi. Una simile strategia consentirebbe di ritardare il momento in cui la produzione inizierà a declinare, di rendere possibile lo sviluppo di alternative al petrolio arrivando gradualmente a prezzi decisamente più elevati degli attuali.
In realtà, l’atteggiamento di molti decisori sconta un ottimismo di fondo. Petrolio ce n’è molto e per questo secolo non ci sarà da preoccuparsi. Ma l’analisi sul declino della produzione di greggio dai giacimenti esistenti in realtà dovrebbe impensierire. Nel 2007 la Iea stimava un calo annuo del 3,7%, ma un’analisi più accurata effettuata nel 2009 ha portato ad innalzare il tasso del declino al 6,7%.
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