16 Dicembre 2008
Il federalismo energetico alla prova dei fatti PDF Stampa E-mail


di Stefano da Empoli

Sono passati ormai sette anni dalla riforma costituzionale del 2001 che ha inserito l'energia nella lista delle materie di legislazione concorrente, che chiamano a legiferare sia lo Stato sia le Regioni. E' tempo dunque di fare qualche bilancio, dopo un lungo periodo transitorio iniziale che ha interessato il settore in attesa che si definisse concretamente un quadro applicativo coerente. Certamente qualche risultato è stato ottenuto e non tutti i disastri annunciati si sono realizzati. Anche grazie a una certa flessibilità nell'interpretazione del nuovo testo da parte della Corte Costituzionale, dimostrata per esempio nella sentenza 6/04, che respinse il ricorso di Umbria, Basilicata e Toscana contro la legge 55 del 2002, più nota come sblocca-centrali bis.

In base a una ricostruzione letterale del nuovo ordinamento costituzionale, le tre Regioni ricorrenti avrebbero potuto vantare infatti diverse frecce al proprio arco, in quanto come criterio di massima nelle materie concorrenti lo Stato legifera sui principi generali mentre alle Regioni sono affidate le norme di dettaglio. E non c'è dubbio che le disposizioni contenute nella legge 55/02 si spingessero molto al di là dei principi, individuando ad esempio un procedimento autorizzativo unico per le centrali elettriche da chiudersi entro una precisa cornice temporale. Tuttavia, nella sentenza della Corte Costituzionale, si riconobbero da un lato i motivi di urgenza che portarono il legislatore all'approvazione dello sblocca-centrali, dall'altro i profili di sussidiarietà e di adeguatezza dell'azione amministrativa, contenuti nell'art.118 della Costituzione, che giustificavano un intervento di livello nazionale per assicurare uno sviluppo ottimale delle infrastrutture e del mercato.

Non è un caso dunque che, al giugno 2008, risultassero autorizzati grandi impianti termoelettrici pari a 21.400 MW di potenza installata, quasi la metà dei quali approvati grazie allo sblocca-centrali. Quindi, non tutto è andato storto. Tuttavia, non si può certo dire che il quadro nel quale ci troviamo sia soddisfacente. Se l'emergenza elettrica è stata risolta, con l'aumento della capacità e quindi del margine di riserva disponibile e con un efficientamento del parco di generazione che non ha avuto eguali in Europa, permangono i problemi legati a veti locali e a procedure autorizzative farraginose. Rimanendo alla generazione elettrica, dove si è vissuta l'esperienza forse più positiva, si è manifestata comunque un'allocazione subottimale degli impianti sia da un punto di vista geografico sia dal punto di vista del mix delle fonti, dovuta in gran parte al peso asimmetrico dei veti locali. Senza contare che gran parte delle autorizzazioni si concentrano nel triennio 2002-2004, in coincidenza con la fase più acuta della crisi di capacità del sistema elettrico (verificatasi in particolare nel giugno del 2003, con fenomeni di razionamento dell'offerta). Dal 2005 solo 1950 MW sono stati autorizzati, nessuno dal 2007. Certamente, il fenomeno è in parte dovuto alla minore convenienza degli investimenti marginali, che hanno temperato le aspirazioni delle aziende rispetto alla situazione iniziale, ma anche al ritorno di fiamma di fenomeni Nimby in un quadro meno emergenziale dove non occorre più cedere il passo al "superiore" interesse nazionale. Se poi si passa ad altre tipologie di infrastrutture, il quadro diventa ancora più negativo. Su tutte, spiccano i terminali di rigassificazione. Dei 13 progetti presentati, solo uno è stato realizzato ed è pronto per partire, non a caso un progetto offshore al largo di Rovigo. Ed è sempre un altro progetto offshore, al largo di Livorno, che dovrebbe essere il secondo a tagliare i nastri, anche se la fase di costruzione non è ancora iniziata. Quasi come se l'allontamento delle infrastrutture dalla propria visuale sia l'unica condizione per permetterne la realizzazione. Condizione che peraltro non è bastata agli impianti eolici offshore, di cui finora non si è realizzato neanche 1 MW. Nel campo della resistenza a questi impianti si è particolarmente distinta la Regione Molise che ha stroncato sul nascere due progetti ambiziosi. A dimostrazione che la sindrome Nimby contagia anche gli insospettabili, a fianco della Regione si schierò Antonio Di Pietro, fino ad allora campione del fare. Purché non nei mari del Molise e magari neanche sulla terraferma. Una recente legge molisana, impugnata dallo Stato di fronte alla Corte Costituzionale, regola perfino la distanza delle pale eoliche dalle strade. Va bene che le Regioni si occupino dei dettagli ma forse bisognerebbe lasciare certe cose a regolamenti attuativi frutto di studi scientificamente fondati, e non ai timori caserecci di politici regionali. Non meraviglia dunque che, nonostante la previsione dell'art. 12 del decreto legislativo 387/2003, che costringerebbe a rilasciare autorizzazioni per impianti a fonte rinnovabile entro 6 mesi dalla richiesta, i tempi si allunghino a volte in maniera sconcertante. Secondo le recenti rilevazioni di WindIt, osservatorio del settore eolico di Nomisma Energia, si arriva ai 16 mesi in Campania, 18 in Calabria, 23 in Sicilia, quasi 25 in Puglia e addirittura 28 nel Molise. Non sempre c'è cattiva volontà da parte delle amministrazioni regionali, pensiamo per esempio al caso pugliese, dove pure si è previsto un target molto ambizioso di 4000 MW di solo eolico. Più dell'intera capacità attualmente installata nell'intera penisola. A volte, le amministrazioni locali sono travolte dalle domande di autorizzazione, dietro alle quali si nascondono non raramente fenomeni di vera e propria speculazione finanziaria.

Tuttavia, non è sostenibile una discrasia così forte tra le previsioni formali di una legislazione statale che per gran parte delle infrastrutture energetiche impone termini stringenti di 180 giorni per il rilascio delle autorizzazioni e la prassi sostanziale che determina intervalli medi compresi tra 1 e 3 anni, secondo dati del MSE. Nella migliore delle ipotesi il doppio di quanto preveda la legge. Non aiuta l'impossibilità di fatto a ricorrere a poteri di sostituzione da parte dello Stato nei confronti di Regioni ed enti locali inadempienti o ritardatari. E qui sta il limite principale dell'attuale quadro costituzionale. Secondo infatti l'interpretazione della Corte Costituzionale, che ha bocciato la legge 239/04 nelle previsioni che riguardavano per l'appunto l'esercizio dei poteri di sostituzione, è necessaria l'intesa sulle singole infrastrutture tra Stato e Regioni. Senza intesa, non è possibile procedere con una mera sostituzione. Quindi, nell'attuale quadro, è impossibile superare i veti locali e chi ci ha provato è rimasto scottato. A meno che le infrastrutture non riguardino più di una Regione, unico caso nel quale i poteri sostitutivi possano essere esercitati.

Fermo restando che non è pensabile immaginare una marginalizzazione delle Regioni e degli enti locali su scelte che riguardino il loro territorio, ci si deve chiedere dunque come poter modificare l'attuale cornice giuridica per sterilizzare gli effetti perversi della sindrome Nimby, più che mai attuali nell'Italia di oggi. Certo è che in un sistema di civil law come quello italiano ci si può aspettare che la Corte Costituzionale interpreti la lettera della norma costituzionale con il più grande buon senso a disposizione. Tuttavia non le si può chiedere di leggere quello che non c'è. Per questo sarebbe necessario chiedere un equivalente buon senso al legislatore nazionale. Non solo su leggi ordinarie ma a questo punto su leggi di rilevanza costituzionale. Contrariamente a quanto sostenuto a lungo da chi scrive, solo una revisione del titolo V può spezzare resistenze locali immotivate, dando allo Stato l'ultima parola, magari al termine di un percorso concertato e solo in mancanza di un esito soddisfacente delle procedure normali. Senza allontanare le Regioni e gli enti locali dalla stanza dei bottoni energetica nelle quali sono entrate. Ma imponendo anche a loro quell'elementare buon senso che spesso e volentieri non hanno dimostrato di saper esercitare in questi ultimi sette anni.

Ultimo aggiornamento 07 Gennaio 2010
 

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