| 23 Aprile 2010 |
| B.S.A.: dubbi e certezze. |
|
L’Europa si è impegnata per un obiettivo superiore, pari all’8%. L’impegno avrebbe dovuto essere ripartito equamente nell’Europa a 15 di allora, assegnando ad ogni Paese un obiettivo di riduzione di CO2, che tenesse conto della realtà di ciascun Paese. All’Italia è stato assegnato un obiettivo di riduzione del -6,5% nel quinquennio 2008-2012 che, apparentemente, può sembrare un vantaggio rispetto al -8% della media europea. La Francia e la Finlandia hanno avuto obiettivo 0, poi ci sono Paesi che hanno avuto obiettivi di riduzione significativi, come ad esempio la Germania con -21% (perché con la caduta del Muro di Berlino, la Germania Ovest ha acquisito il mondo economico e produttivo obsoleto e malmesso della Germania Est), o la Gran Bretagna con -12,5%. Altri, invece, per ovviare al ritardo nel loro sviluppo industriale, hanno avuto possibilità di aumento delle emissioni. Il primario obiettivo che si è posto la SSC con la elaborazione dello Studio è stato quello di analizzare questi tetti, conseguenti all’applicazione del Protocollo di Kyoto (caratterizzato inizialmente da una fase preventiva/preliminare per il periodo dal 2005 al 2007), tenuto peraltro conto che lo stesso prevede impegni vincolanti nel quinquennio 2008-2012. L'indagine permette di comprendere le ragioni delle difficoltà che il nostro Paese ha incontrato, fin dal periodo breve 2005-2007, per rispettare l’obiettivo attribuitoci (-6,5%) e si trova, apparentemente, in una situazione di estrema difficoltà e distante dall’obiettivo, mentre altri Paesi sembrerebbero apparentemente molto più virtuosi e ben avviati in tale azione. Al momento, la Francia sembra essere già in linea con il Protocollo di Kyoto e Germania ed UK ancora meglio. Tuttavia, osservando la realtà, ci si rende conto di una situazione che è invece completamente diversa. L'analisi della SSC utilizza dei parametri oggettivi al fine di poter comparare gli impegni attribuiti ai vari Paesi e i risultati acquisiti dagli stessi. Il risultato di tale indagine, che per brevità restringiamo al confronto dei “top 4” - Germania Francia, U.K. ed Italia -, dimostrerebbe invece che la situazione italiana è tutt'altro che negativa; anzi, si evidenzia che nel periodo 2008-2012 l’Italia avrebbe avuto diritto le venisse assegnato un obiettivo di incremento del 10% delle emissioni (invece che una riduzione del 6,5%), il che corrisponde a circa 80/100 milioni di tonnellate di CO2 sottratte all'Italia. Il discorso delle emissioni è legato a come si utilizza l’energia per i diversi processi produttivi. Come noto, l'Italia non ha risorse naturali e per produrre l'energia elettrica, che serve poi alle industrie per produrre i propri manufatti deve ampiamente ricorrere all’importazione delle fonti primarie (petrolio, gas e carbone); siamo infatti tipicamente un Paese trasformatore che poi esporta una quota significativa dei manufatti prodotti. Purtroppo, l'energia elettrica in Italia costa il 38% più della media europea e, pertanto, le nostre industrie sono chiaramente penalizzate; questo vuol dire penalizzare anche le opportunità di occupazione. Facciamo per esempio un confronto Italia-Francia: in Francia l'energia elettrica costa la metà che in Italia, oltretutto il sistema francese è quello che più di tutti al mondo ha deciso di ricorrere per la produzione di energia elettrica al nucleare. Il 78% dell'elettricità prodotta in Francia è infatti di fonte nucleare (producono quasi il doppio dell'energia elettrica che produciamo in Italia, tanto è vero che la producono anche per noi) ed è prodotta con questa fonte che non rilascia emissioni di CO2. Ciò avrebbe dovuto essere tenuto ben presente quando si decidevano le attribuzioni delle quote, cosa che invece non sembra essere stata fatta con particolare equità. Conseguenza: l'Italia è il Paese in assoluto più penalizzato d’Europa (unitamente alla Spagna), perché è il paese più virtuoso dal punto di vista emissivo, nonché dal punto di vista dell'efficienza nell'uso dei combustibili per produrre energia elettrica e, comunque, per tutti i vari processi di combustione. Questa non è una novità: se si andassero a leggere i documenti della direttiva ETS del 2003 (dove analizzano settore per settore tutti quelli sottoposti alle quote vincolanti di riduzione), si nota che in tutti i settori cosiddetti “energivori” l'Italia è il Paese che ha la migliore efficienza energetica. L'Italia è quindi chiaramente stata penalizzata, mentre le sovra-allocazioni, intese come maggiori dotazioni di quote di emissione assegnate, queste sono andate principalmente a Grecia, Irlanda, Germania, Inghilterra e Olanda, ed in misura minore a Belgio e Finlandia. Lo studio della SSC evidenzia come la procedura seguita e applicata trovi una buona corrispondenza tra i valori dei tetti fissati per il periodo 2008-2012 dal BSA ed i valori dell'intervallo - evidenziati nelle diapositive da minimo e massimo - per Francia, Germania e UK; mentre evidenzia il rilevante gap per l'Italia, rendendo necessario il rilevante ed oneroso ricorso ai meccanismi flessibili previsti dal Protocollo di Kyoto. Peraltro, nonostante la direttiva ETS prevedesse la possibilità di fare ricorso fino al 50% ai meccanismi flessibili – CDM - il precedente Governo ha fissato l'obiettivo che tale ricorso non possa andare oltre il 10% delle quote mancanti. Quindi, anche la possibilità di fare ricorso all'utilizzo di tali meccanismi per raggiungere il gravoso obiettivo impostoci è stato cassato. Rifacendo i conteggi ed i grafici con il meccanismo proporzionale proposto dalla SSC, la situazione risulterebbe ben più equilibrata e l'Italia si troverebbe perfettamente il linea, se non addirittura in anticipo, con l'obiettivo che ci sarebbe spettato con un’attribuzione “equa e proporzionale” degli impegni previsti dal Protocollo di Kyoto e questo sarebbe avvenuto (mantenendo l’obiettivo medio Ue del -8%) senza danneggiare in maniera significativa gli altri Paesi che, evidentemente (ben più attenti di noi al momento della negoziazione), si erano messi d'accordo tra loro ed avevano equamente distribuito tra loro il vantaggio (vale a dire la ripartizione di quanto sottratto all’Italia), per …riempire il loro salvadanaio. E’ ben evidente che l'energia elettrica, necessaria per importanti attività produttive quali ad esempio la produzione di acciaio, vetro, carta, metalli pesanti e cemento (dove l'elettricità ha un'incidenza che va dal 20% al 50% del prodotto finale), dovrebbe costare meno. Si capisce quindi l'importanza che può avere il disporre di energia elettrica abbondante e a bassi costi per l'economia e per sostenere le capacità competitive del nostro Paese. Quindi, senza peggiorare l'obiettivo medio comunitario, si tratta semplicemente di farci riconoscere i nostri diritti ed i risultati che già contraddistinguono il nostri sistema produttivo, ripartendo gli obiettivi in maniera equa e proporzionale. Nei diversi diagrammi si evidenziano i numeri delle quote di emissione risalenti al 1990, al 2000, nonchè l'evoluzione che c'è stata: la Germania sembra aver fatto ottimi progressi, ma ha semplicemente smantellato e chiuso vecchi impianti, obsoleti ed inquinanti, principalmente risalenti alla Germania dell’Est; idem l'Inghilterra che ha reso meno inquinanti i vecchi impianti a carbone per mezzo delle nuove tecnologie. L'Italia, essendo già virtuosa fin dagli inizi degli anni ‘70, ha inevitabilmente avuto la necessità di aumentare in questo ultimo decennio le sue emissioni, ma unicamente perché ha dovuto aumentare la produzione elettrica, comunque significativamente meno di quanto abbiano dovuto fare anche gli altri Paesi Ue. Visionando in questi 4 Paesi l'intensità carbonica, cioè la CO2 per abitante, emergono dati sorprendenti rispetto alla media europea: nel 1990 i cittadini tedeschi avevano un'emissione pro-capite di 15,5 tonnellate di CO2 equivalente, l'Italia 9,12 mentre per la media europea era del 11,68. Nel 2005 siamo ancora sostanzialmente nelle stesse condizioni, preceduti SOLO dalla Francia, per via del nucleare. Noi siamo, inconfutabilmente, i più virtuosi ma, secondo quanto deciso a suo tempo a Bruxelles, dovremmo esserlo ancora di più per aiutare gli altri a fare i “loro interessi”. E’ evidente che questa non è equità e corretta attribuzione di uno sforzo tra tutti i partner della Comunità Europea, come la Direttiva si prefiggeva. Forse non è casuale che l'efficienza energetica, uno degli obiettivi primari da perseguire ed indicato nel “Pacchetto clima-energia 20-20-20”, non lo abbiano reso vincolante nel protocollo varato a Bruxelles. Quindi, per quanto ci riguarda, dire che l'Italia è il Paese più virtuoso d'Europa corrisponde ad una sacrosanta verità ed è giusto pretendere che si trovi il modo di giungere ad una redistribuzione degli impegni in ambito Ue. Peraltro, l'Italia è il Paese che meno di tutti gli altri ha disponibilità di materie prime ed è quindi più soggetto degli altri alle importazioni di prodotti energetici, non dimenticando anche i problemi orografici del nostro territorio (che crea ulteriori difficoltà/rigidità per le importazioni di gas). Un’ulteriore conferma di quanto detto in precedenza risulta evidente quando si esaminino gli obiettivi ed impegni fissati con il nuovo “Pacchetto clima-energia 20-20 al 2020” dove, grazie all’azione svolta a Bruxelles dal nostro Governo, vi è stata una parziale rettifica della penalizzazione precedentemente inflittaci. Infatti, i nuovi impegni di riduzione delle emissioni previsti per Germania ed U.K. sono ora stati aumentati e portati a circa –30% e per la Francia a -20%, nonché analoghi aggiustamenti per alcuni altri Paesi quali: Olanda, Danimarca, Finlandia, ecc., mentre l’obiettivo per l’Italia è passato da -6,5% a -5,7% al 2020. |



di Rinaldo Sorgenti, Vicepresidente Stazione Sperimentale per i combustibili (SSC)






