06 Aprile 2010
Regionali 2010: il voto, il non voto e quello che ci aspetta

francobollo_voto_3di Giovanni Galgano, partner Allea

 

Le Regionali 2010 hanno avuto la connotazione di vere e proprie elezioni di “medio termine”. I leader dei diversi schieramenti  hanno infatti costruito una campagna elettorale basata sui toni forti e sulla valenza politica nazionale, accantonando, come sempre di più accade nelle consultazioni di questa natura, i temi amministrativi  e territoriali che dovrebbero sostanziare le competizioni locali. Sia la maggioranza che l’opposizione hanno invocato una sorta di giudizio di popolo sull’operato del governo in carica e sul premier, e i risultati finali vanno letti anche tenendo conto di questo elemento.

Forte astensione, grande avanzata della Lega Nord, calo di consensi di PDL e PD, consolidamento del fronte d’opposizione dell’ IDV, primi successi nell’urna del movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, conferma della difficoltà della sinistra. Questo il sintetico riassunto del dato elettorale “politico”, il cui riverbero nelle amministrazioni regionali si traduce in un risultato di 7 regioni a 6 per il centrosinistra, che perde 4 regioni-chiave: Campania e Calabria in modo molto netto, Piemonte e Lazio sul filo di lana. Il centrosinistra conferma le sue roccaforti: Emilia Romagna (con un sensibile calo di consensi per il governatore Errani), Toscana, Marche, Umbria, Basilicata; conquista la Liguria (che qualche settimana fa era in bilico tra i due poli) e vince con l’eretico Nichi Vendola in Puglia.

L’astensione. Il dato più impressionante di questa tornata amministrativa è quello dell’astensionismo: un italiano su 3 non è andato a votare, l’affluenza si è fermata al 64,2%. Si tratta del valore più basso nella storia delle consultazioni elettorali dal dopoguerra ad oggi, numeri che sembrano confermare ormai una tendenza alla forte diserzione delle urne, dopo il già basso 66,5% delle Europee dello scorso anno. Cosa significhi questo trend ci sarà più chiaro nei prossimi anni, con l’evolversi dello scenario politico globale; ma certamente si tratta di un segnale molto forte che arriva dall’elettorato. Storicamente in Italia si partecipa alle elezioni molto di più che nelle altre democrazie occidentali, con tassi di affluenza che, seppur in calo dal ’48 ad oggi, hanno sempre galleggiato intorno all’85% per le elezioni politiche e intorno alla media del 75-80% per le consultazioni amministrative o europee. Oggi la freccia ci fa sprofondare verso numeri molto bassi e mai toccati, che ci avvicinano al mercato elettorale di Francia, Germania o Regno Unito. L’astensione del 2010 colpisce maggiormente i due grandi partiti e nasce senza dubbio da un atteggiamento sempre più critico verso la politica nazionale  e le istituzioni. Come fa rilevare una ricerca ISPO effettuata nei giorni immediatamente successivi alle elezioni, coloro che dichiarano di essersi astenuti adducono come motivazione, oltre alla fisiologica causa di forza maggiore (può essere una malattia , un viaggio o un impedimento), il “distacco” dall’offerta politica attuale: più della metà di chi si è astenuto lega la propria decisione a “disinteresse”, a “protesta”, addirittura a “disgusto” verso uomini politici o proposte elettorali  sul tappeto.

Lo sfondamento della Lega.  I numeri parlano chiaro, la Lega Nord ha vinto le elezioni.  E’ il partito che, con il suo 12,7%, fa registrare la maggiore crescita rispetto alle europee del 2009 (era all’11,3%), alle politiche del 2008 (al 9,5%). Addirittura raddoppia i consensi delle Regionali del 2005 (5,7%).  Ma è analizzando il voto zona per zona, provincia per provincia che si registra la vera dimensione dello “tsunami” leghista.  In Veneto la Lega fa registrare uno strabiliante 35%, relegando gli alleati del PDL, che pur governavano con il berlusconiano Galan, al 25%. In Lombardia la Lega non sorpassa il PDL (come pur qualcuno prevedeva), ma gli si avvicina in modo impensabile fino solo a qualche mese fa:  26% contro il 31,7% del PDL, mentre a Milano, città sempre un po’ schizzinosa con il Carroccio, marca un  14,4% che significa raddoppiare e triplicare i consensi degli ultimi 5 anni.  Il partito di Bossi straripa in numerosissime province del Nord. A Treviso segna uno stratosferico 48,5%, a Sondrio il 42,4%, a Verona il 36,1%, a Brescia il 30,1%, nelle piemontesi  Asti e Alessandria stacca il 20 e il 17%. Sono numeri da balena bianca, da DC degli anni ’70, confermati dalla discesa leghista in Emilia Romagna (già nel 2009 grandi risultati confermati oggi, col 13%), in Toscana (6%), addirittura in Umbria (4%). Insomma un movimento che conquista consensi ormai trasversali e che, a detta di molti osservatori, si prepara a completare la sua trasformazione in vero e proprio partito nazionale. Le analisi e le ricerche ci raccontano di una Lega che oggi sta lentamente rimpiazzando la vecchia DC, basandosi su parole d’ordine come identità, sicurezza, economia di distretto,  e che rappresenta sempre di più una realtà di governo.  Oggi i verdi guidano 355 comuni e esprimono 14 presidenti di provincia. E, come fa rilevare Ilvo Diamanti, rappresentano il primo partito in più di 1000 comuni. Sono numeri notevoli, che vanno letti e compresi: oggi la Lega è una realtà politica chiara, forte, che si esprime complessivamente con toni più moderati, che amministra ed è organizzatissima sul territorio.  Sempre più decisiva nei futuri equilibri di governo e nella delicata partita delle riforme istituzionali, sul tavolo da troppo tempo per non essere affrontate dall’establishment.

I 2 “grandi” partiti. Confrontando il voto regionale (2005-2010), il PDL perde un milione di voti, il PD circa 2 milioni. Rispetto alle Europee 2009 il PDL arretra, il PD tiene come percentuale ma numericamente perde consensi. È ufficialmente aperta la crisi dei due partitoni riferimento dei due poli? Probabilmente sì. I colpi della Lega da una parte, dell’astensione dall’altra (che punisce storicamente sempre i grandi soggetti politici) e delle forze più radicali (IDV e grillini) ci consegna un quadro che è tutto da decifrare in vista del consolidamento degli assetti nazionali.  È facile prevedere all’interno del PDL innanzitutto una resa dei conti soprattutto nelle zone dove sono stati ottenuti risultati poco brillanti o dove si sono registrati pasticci pre-elettorali; mentre l’evoluzione politica del partito è tutta da scrivere e interamente nelle mani del leader: l’asse con la Lega è forte ma porta pur sempre qualche incognita, soprattutto oggi che Bossi non è più un alleato importante ma circoscritto, bensì un concorrente sempre più minaccioso all’interno dello stesso bacino elettorale (il fatto che il Carroccio abbia chiesto la poltrona di sindaco di Milano è solo l’antipasto della rinnovata concorrenza interna tra pidiellini e padani). L’altra incognita vive del dualismo tra Berlusconi e Fini. Una rivalità che oggi si caratterizza a livello politico, personale e “di carriera”. Fini, il Cofondatore, aspetta di prendere in mano il PDL come successore del Fondatore, che però pare tutt’altro che intenzionato a cederne le redini. Tutto questo inciderà, oh se inciderà, anche nell’azione del Governo nei prossimi anni. Il PD del 2010 vivacchia in una dimensione che non può portarlo ragionevolmente a rappresentare in tempi brevi un’alternativa elettorale all’asse PDL-Lega. Probabilmente dovrà ripensare la sua organizzazione nazionale e territoriale, la sua offerta politica, la sua strategia. Vedremo.  Certamente dovrà guardarsi dall’alleato scomodo rappresentato dal movimento di Di Pietro (che ha per la verità subito una piccola erosione di consensi dopo gli exploit delle ultime 2 tornate elettorali), e definire il rapporto con la sinistra più radicale, che però, pur non registrando significativi passi in avanti, si pone all’attenzione con un leader “locale” che si candida, sommessamente, ma abbastanza chiaramente, a diventare un protagonista della politica nazionale. Questo leader si chiama Nichi Vendola.

Per approfondire
Elezioni regionali e futuro energetico. E adesso?, di Emilia Blanchetti

 

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