02 Luglio 2010
L'elefante politico nella cristalleria delle rinnovabili

elefante_ridottodi Stefano da Empoli, Presidente I-com

 

Il mondo della politica non perde il vizio dei colpi di mano, almeno nel settore energetico. Dopo l’esperienza del decreto legge del novembre 2008, poi convertito con la Legge 2/2009, che aveva cercato di introdurre una riforma parlamentare del sistema di formazione del prezzo nel mercato elettrico, un argomento tecnico che avrebbe meritato sedi più consone, ci risiamo con l’art.45 della manovra finanziaria attualmente in discussione (ma già legge dello stato), che abolisce l’obbligo del GSE di ritirare i certificati verdi in eccesso sul mercato primario. Le conseguenze sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, che, fotovoltaico a parte, stanno sul mercato in buona sostanza grazie ai certificati verdi, sono potenzialmente devastanti. Peraltro se l’esperienza di fine 2008 e inizio 2009, grazie al buon lavoro successivo del Ministero, si era risolta piuttosto bene, permettendo di intervenire su molti altri aspetti del mercato elettrico non considerati dal decreto legge (e rinviando al 2012 quelli per i quali si era speso di più l’intervento legislativo, con il passaggio dal system marginal price al pay as bid), attualmente non si vede proprio il bisogno di un ulteriore passaggio parlamentare sulle fonti alternative. Il Governo è comunque chiamato dalla Legge Comunitaria 2009, approvata in via definitiva il 12 maggio scorso, a una revisione del sistema di incentivazione delle rinnovabili (art.17, comma 2, lettera h), da attuare con un provvedimento ad hoc entro il 5 dicembre, cioè tra 5 mesi.

In quella sede sarà opportuno certamente intervenire anche sul meccanismo dei certificati verdi e in particolare su un mercato dove i pur numerosi interventi degli scorsi anni (siamo all’ottavo intervento in 11 anni) non hanno risolto il banale fatto che di un mercato vero e proprio non si può parlare. Perché all’eccesso strutturale di domanda è seguito a partire dal 2007 un eccesso strutturale di offerta, che per non far precipitare i prezzi impone l’obbligo di ritiro di volumi rilevanti in capo a qualcuno, in questo caso al GSE. Difficile capire se e quanto sia possibile oggi cambiare l’art.45 e domani il meccanismo dei certificati verdi. Sembra al momento più difficile pensare di eliminarlo, anche se ci si arriverebbe vicini rinviando semplicemente la riforma dello strumento al recepimento della direttiva comunitaria già previsto dall’art.17 della Legge Comunitaria.

Nei giorni scorsi in Senato sono stati presentati molti emendamenti all’art.45 che prefiguravano modifiche di stampo molto diverso tra loro. Tralasciando le ipotesi più fantasiose, si va dall’aumento delle quote d’obbligo per sostenere la domanda alla sostituzione dei certificati verdi con un sistema di feed-in-tariff, cioè l’estensione del meccanismo del conto energia, oggi applicato al fotovoltaico, a tutte le rinnovabili (evidentemente modulato diversamente per le varie tecnologie). Una proposta, quest’ultima, che da un punto di vista istituzionale sembra poco realizzabile in un Paese come il nostro, vista la farraginosità delle modalità e dei tempi di approvazione del nuovo conto energia (inizialmente previsto a fine 2009 e a tutt’oggi, a meno di 6 mesi dalla scadenza dell’attuale periodo di incentivazione, ancora in attesa di approvazione, dopo che la bozza ministeriale è stata più volte modificata).

Un meccanismo come quello dei certificati verdi assicura quantomeno trasparenza, rispetto alla caccia agli incentivi più alti che si scatenerebbe certamente con un sistema di feed-in-tariff. Senza dimenticare che si tratta di uno strumento di sostegno mediamente più economico (ne sa qualcosa la Spagna, che attualmente paga la tariffa più di 6 miliardi di euro, spesa che alle attuali tecnologie i nostri consumatori faranno tra un decennio). Se poi dovesse essere reso più efficiente di quanto lo sia attualmente, sarebbe il massimo. Certamente se uno dei punti deboli dei certificati verdi è dato dall’incertezza di prezzo, l’incertezza regolatoria creata da provvedimenti come l’art.45 non aiuta certamente e non servirà purtroppo eliminare o modificare la norma per cancellare del tutto il vulnus creato alla stabilità del quadro di policy settoriale. Serve certamente un’altra riforma, possibilmente da demandare a un provvedimento organico e focalizzato sul settore delle rinnovabili (l’ultimo è stato del 2003, con la Legge n.387/2003, un’ottima legge purtroppo in parte ancora inapplicata). Con l’augurio però che sia l’ultima per molti anni, mettendo gli operatori nelle migliori condizioni per raggiungere gli obiettivi al 2020 decisi dall’Unione Europea, con il concorso dell’Italia.

 

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