| 18 Maggio 2010 |
| L'energia di Nabuccodonosor |
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La storia moderna dell’energia è (anche) una storia di esagerazione. All’inizio è giusto storia dei nostri muscoli. Il senso di ogni giornata del tuo passaggio in terra si conchiude nel trovare, raccogliendo e cacciando, abbastanza cibo da alimentarli. Però non solo per alimentare i tuoi. Devi alimentare anche quelli dei tuoi cuccioli. Più mammut si ammazzano e più bambini mangiano. Oggi, che del domani non c’è certezza. Ci si sviluppa, come specie, ammazzando biodiversità. I mammut li si butta in burrone a branchi interi. Un’esagerazione di cibo. Però sprecato, che quel che riuscivi a mangiarne prima che ti marcisse era una misera frazione. A farti esagerare allora e adesso sembrerebbe basti l’abbondanza. Compulsione al consumo. Magari è giusto genetica. Poi siamo diventati agricoli. Prima la sovrabbondanza era occasionale (un branco di mammut non è roba di tutti i giorni); però in fondo “comunitaria” (mangiava e sprecava l’intera tribù). Adesso ti diventa quotidiana però elitaria. È nato il surplus, che è roba per quelli che comandano. Dalla sovrabbondanza naturale (un mammut lo consumi in forma di mammut, o comunque dei suoi pezzi) a quella artificiale. Quella per cui si compie via surplus la trasformazione del frumento in eserciti, e burocrazia, e monili per la Faraona. È la nuova forma dell’esagerazione; questa volta socialmente organizzata. Fino adesso potevi dire che estinguevi il mammut per carenza di tue connessioni neurali, insomma per genetica. Da adesso c’entra anche Nabuccodonosor, insomma la “cultura” e tutto quel che si accompagna al complicarsi dell’organizzazione sociale. Però l’esagerazione sembra piacere a entrambe. Il surplus non è determinato dalle necessità del sociale. Sono i bisogni delle élites a essere definiti dal surplus. La regola del consumo, per i beneficiari del surplus, è già quella di sempre. The more the better. L’energia nel frattempo, oltre che i muscoli nostri, ce la davano anche quelli degli animali che con qualche millennio di pratica ci era riuscito di domesticare. E ci riusciva anche di imbrigliare qualche forza e risorsa della natura. La legna, anzitutto; e poi vento e acqua, che tra le tante ti fanno anche girare le pale dei mulini. Adesso insieme le chiamano alternative; ma carbone e petrolio, quando arrivarono, furono alternativi a loro. L’energia non è arte né bellezza. È giusto un mezzo. Potere calorifico trasformato in lavoro. L’unità di misura dell’energia è il lavoro; e non c’è unità di lavoro senza energia. L’energia di cui disponi detta il limite del tuo fare; e perciò e per inclusione anche del tuo produrre. Per secoli e secoli il “progresso” tecnologico fu paziente ottimizzazione di quel che c’era. Come far spingere meglio cavallo e bue, e come far girare di più la ruota. Un lento e quasi impercettibile evolvere di tecnica e di tecniche. Dopo qualche decina di migliaia d’anni di avventure, il moderno homo sapiens trecento anni fa aveva messo assieme come fonti legna,cibo, aria e acqua; e come “macchine” per produrne lavoro le pale dei mulini, e il corpo suo e quello degli animali amici. Poco per garantire l’esagerazione di massa. Il surplus che riesci a produrre resta per pochi; e il cibo che riesci a produrre è poco per molti. I tuoi limits to growth sono essenzialmente energetici. Poi è l’esplosione. Di nuove fonti e di nuove macchine. Carbone e petrolio e gas. Macchina a vapore e motore e turbina. Lavoro a volontà. Nasce l’elettricità, e sono industrialmente meno di centocinquanta anni e da tempo non ne trovi più uno che si capaciti del come si possa vivere senza. Nasce il trattore, e ne basta uno per fare il lavoro di quindici contadini pur dotati di proprio di buoi e cavalli; e succede in pochi anni in qualche punto d’Occidente che si passi dal 70 al 2% di popolazione impiegata in agricoltura, e però insieme dal deficit al surplus agricolo. Nasce l’automobile, e con lei camion e corriera, e persino aereo, e la mobilità di qualunque persona e di qualunque merce tra qualunque due punti nel mondo. Prova a togliere il petrolio dalla globalizzazione; e se ti va benissimo ti ritrovi i Granducati. Nasciamo infine anche noi. E tanti. Da meno di un miliardo a più di sei in un solo secolo. Dicono nove e mezzo a metà di questo. Cominciate a stringervi.Un’esagerazione di lavoro. Un’esagerazione di fertilità. Un’esagerazione di consumi. Tutte scatenate dall’esagerazione primaria. L’esagerazione di energia. Che coincide con lo sbarco dei combustibili fossili. Carbone, gas e petrolio. Toglili dalla Storia e della nostra moderna civiltà non (ri)conosci più nulla. Al lordo di petrolchimica e fertilizzanti per l’agricoltura, la combinazione delle fonti fossili e delle loro macchine ci ha modellato il novecento. Il petrolio al posto della legna e il trattore al posto del bue e il modello T al posto del calesse. L’energia facile e le sue manifestazioni sono sembrate togliere ogni limite alla capacità di lavoro, e dunque al fare e al produrre. L’illimitatezza dello sviluppo delle forze produttive. Il secolo dell’embarras de richesse. La produzione illimitabile come condizione del consumo illimitato. L’uno alimento dell’altro, e viceversa. Se siete in cerca di residui limits to growth rivolgetevi al sociale. Peccato solo che i fossili che la natura ci ha tenuto in magazzino siano un bene finito. Il problema non è la loro “fine”. È di riuscire di metterci a usare qualcos’altro prima che ci scarseggino, e che perciò il loro prezzo ci aumenti al punto da forzarci a cambiare abitudini e modello di vita. Almeno per il petrolio, potrebbe cominciare a farsi problema urgente. L’esplosione è stata una combinazione di fossile e di tecnologia. Fonte e macchina. Nella storia hanno sempre progredito in parallelo. Dal muscolo alla turbina, e dalla legna all’idrocarburo. Però (storicamente) rivelano un’asimmetria. La macchina è cultura, insomma roba umana. La fonte sino a oggi è stata prevalentemente natura, e dunque uso umano di quel che abbiamo trovato nella e sulla terra. Noi non sappiamo quale nuova macchina (o financo fonte...) ci regalerà la tecnologia di domani. Però sappiamo che difficilmente potranno continuare a progredire in parallelo. Non esiste limite conoscibile allo sviluppo della tecnologia/cultura; però è ragionevole ipotizzare che già abbiamo raggiunto il limite di quello che può averci conservato nelle sue viscere la Terra/Natura. Difficile trovare qualcosa di nuovo che costi meno e renda di più. Nel futuro non vi è nulla di usuale, ed è possibile che le fonti di domani rovescino l’asimmetria e siano direttamente invenzione anziché natura; però se fosse oggi la sostituzione sarebbe un trauma. Ci sarebbe il rischio che ci scompaia non solo un modello sociale basato sulla mobilità; ma anche che ci scompaia, assieme al suo combustibile, buona parte del surplus che il modello ci ha generato. Genetica e Nabuccodonosor continuano a compellere al tutto, subito ed esagerato. Però se permetti che la società fossile ti agonizzi male ti rimanca di botto la trippa su cui sfogare la compulsione. Mentre diventi nove miliardi e mezzo, che il surplus possa ridiventarti roba riservata in proporzioni sumero-babilonesi a chi comanda è ipotesi cruenta. Difficile che ci si rassegni a non esagerare senza combattere. Per i nuovi limits to growth, provate con la cultura.
(Questo articolo è tratto da “Petrolio e mammut”, Limes, numero speciale “Il clima del G2”, 2009) |

di Massimo Nicolazzi, Chief Executive officer Centrex Europe. 




