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Intervista a Davide Tabarelli, Presidente di Nomisma Energia di Agnese Bertello
Le riserve italiane di petrolio non sono irrisorie e contribuiscono per il 7% al fabbisogno nazionale. Secondo le stime dell'UNMIG questo contributo potrebbe crescere in maniera significativa. Si tratta quindi di un settore che ha potenzialità di sviluppo e che può diventare più sostenibile, grazie ad un inattesso sodalizio proprio con le fonti rinnovabili.
Spesso guardiamo con sufficienza alle nostre risorse petrolifere, ma l’esplosione delle rivolte in nord Africa ci ha costretti a guardarle sotto una nuova prospettiva: quella della crisi, appunto. Puoi farci un quadro delle nostre vere disponibilità e del loro peso nel sistema energetico italiano? La distinzione fra gas e petrolio è difficile da fare nella fase a monte, i giacimenti contengono gas e petrolio, dunque sarebbe più opportuno parlare di risorse di idrocarburi. Se vogliamo restringere il campo al petrolio, possiamo dire che ne consumiamo 1,4 milioni barili giorno (pari a circa 70 milioni di tonnellate l’anno) e ne produciamo intorno a 100 mila barili giorno (5 milioni tonnellate anno), dunque, il petrolio italiano contribuisce per un 7% circa. Le nostre riserve sono localizzate soprattutto in Basilicata, dove si trova anche il più grande giacimento europeo su terra. Si stima che le riserve corrispondano a circa 1 miliardo di barili, anche se quelle sicure sono la metà. Se verrà aperto il pozzo di Monte Alpi, quello di Total Shell, la produzione, che oggi è intorno agli 80 mila barili al giorno, potrebbe avvicinarsi ai 180.000. Ci sono poi altri giacimenti comunque significativi, nel mar Adriatico, ma soprattutto nella pianura padana: Villa Fortuna a Trecate è un pozzo importante sia per quantità sia per qualità del greggio estratto. La produzione è stata al livello dei pozzi in Val d’Agri e ora sta lentamente esaurendosi.
Prima ancora della crisi libica, c’è stato l’incidente nel Golfo del Messico. Come è cambiato il modo di produrre il petrolio questo avvenimento?Come ha inciso sulla nostra legislazione in merito ai permessi e alla siurezza? In seguito a quell’incidente, è stata presa una decisione forte e inaspettata, anche perché le normative europee e, in particolare quella italiana, sono le più stringenti al mondo: ciò che è accaduto nel Golfo del Messico non avrebbe mai potuto accadere qui da noi, sia perché le condizione fisiche sono diverse, sia per via degli obblighi previsti dalla normativa in merito a come affrontare situazioni di emergenza e di intervento. Il decreto legislativo 128 del 2010 di fatto ha bloccato investimenti in corso, dell’ordine di 4/5 miliardi di euro: per un Paese che soffre di carenze di investimenti è significativo ed è paradossale.
Quindi dovremmo sentirci abbastanza garantiti dal punto di vista ambientale. Eppure le contestazioni territoriali contro la realizzazione di nuovi pozzi sono molto forti, in particolare in Basilicata… L’Italia, lo sappiamo, ha la maggiore dipendenza da idrocarburi al mondo, siamo il Paese che dà più stimolo alla trivellazione nel mondo. I pozzi li facciamo da altre parti e dispiace vedere questa ostilità verso il petrolio domestico, anche perché queste strutture sono parte di un tessuto di sviluppo industriale ed economico che favorisce anche il turismo. Trivelle e piattaforme non saranno certo belle, ma portano a livello locale strutture economiche che vanno a beneficio dell’economia e del turismo. Il valore aggiunto che si crea è molto superiore a quello che si crea nel turismo.
È possibile quantificare quali sono le ricadute sul territorio nel tempo? L’attività di estrazione in che modo rende possibile uno sviluppo del territorio stesso? Le ricadute dirette non sono altissime: si tratta di un’attività ad alta intensità di capitale e a bassa intensità di lavoro, contrariamente al turismo. È anche vero che un figura professionale media nel settore turistico ha uno stipendio intorno ai 1000 euro al mese, mentre nell’industria petrolifera lo stipendio medio viaggia su valori tre volte superiori; gli occupati sono molto meno, ma c’è molto più valore aggiunto.
Quando si parla di innovazione si pensa sempre alle rinnovabili, come se l’attività di estrazione del petrolio e degli idrocarburi in generale fosse ferma all’inizio del secolo e non potesse avere altre forme, altre tecnologie e miglioramenti dal punto di vista dello standard tecnologico ambientale. È così o anche il settore degli idrocarburi fa innovazione? Se ne fa almeno altrettanta se non di più. Nelle tecnologie per le rinnovabili ci sono dei margini di miglioramento, in termini di efficienza e di costo, ma fondamentalmente si tratta di tecnologie mature: sono le stesse da secoli. Nel ciclo di produzione del petrolio, proprio per rispettare le normative ambientali, per agire in sicurezza, per diventare sempre più efficienti, si fa ricorso ad un’altissima tecnologia in costante aggiornamento: per limitare le quantità di acqua e fanghi, per tenere sotto controllo le uscite di gas, per la movimentazione, per l’individuazione dei nuovi pozzi... Gli ambiti di ricerca sono moltissimi. Non sono scelte che si fanno per aderire a ideali ambientalisti, si fanno perché sono necessarie per fare bene il lavoro rispettando i vincoli ambientali. Abbiamo parlato della Basilicata: ebbene proprio in quel territorio l’ENI ha sviluppato una nuova tecnologia che si chiama slim production e che oggi sta applicando in tutto il mondo. Di fatto questa tecnologia consente di fare dei pozzi più sottili: stringere di un metro il diametro di un pozzo - una specie di cannocchiale con una lunghezza fino a 7 km - significa evitare di lavorare una quantità enorme di terriccio che andrebbe estratto, lavato e nuovamente iniettato; in questo modo si risparmian anche sull’acqua che si usa per pulire i fanghi, sul cemento che si usa per foderare il pozzo stesso. Tutto questo significa efficienza, minor tempo, costi minori, minor impatto ambientale. Le ultime innovazioni tra l’altro parlano di una possibilità concreta di collaborazione tra il settore delle rinnovabili e quello degli idrocarburi.
Che cosa intende precisamente? I più recenti pozzi petroliferi sfruttano l’energia prodotta attraverso dei pannelli fotovoltaici per il loro funzionamento, non solo: i pannelli vengono usati anche per produrre vapore, per tenere alta la pressione dentro il pozzo e spremere più petrolio dal giacimento, rendendolo più produttivo. Da un giacimento, quando tutto va bene, riusciamo a estrarre il 30% delle riserve presenti. Oggi si stimano delle riserve mondiali per 1.200 miliardi di barili, possiamo dire che lì sotto le quantità effettive ammontano a 4 volte tanto. Per esempio, ultimamente si sta applicando l’energia solare ai pozzi estrattivi: il sole serve a riscaldare l’acqua per fare vapore da iniettare nel giacimento per aumentare la pressione; il fotovoltaico serve a produrre elettricità in posti remoti dove si trovano i pozzi e dove non arrivano le reti elettriche e così si risparmia sui generatori a diesel.
Quindi bisogna smetterla di contrapporre questi due domini come se fossero il diavolo e l’acqua santa… Non esiste questa contrapposizione, parliamo sempre di energia. Petrolio e carbone sono sporche? In realtà si tratta di energia solare stoccata dai fossili, per milioni di anni nel sottosuolo. Comunemente questa contrapposizione purtroppo resta, ma non quando si tratta di fare, non quando si parla di industria, di produzione: le due cose si aiutano a vicenda e quello che ho portato è un esempio molto interessante. Bisogna smetterla di immaginare che tutto ciò che è legato agli idrocarburi è brutto e sporco. Per esempio, dobbiamo alla profonda analisi del sottosuolo, sviluppata proprio dalle aziende petrolifere, l’identificazione dei pozzi artesiani che hanno una profondità fino a 200/300 metri. A questa ricerca dobbiamo le carte geologiche che usiamo per l’acqua potabile. Certo, è fuori discussione che le emissioni ci sono, ma in attesa che il mondo possa vivere senza fossili, abbiamo bisogno di ricerca, di innovazione, di collaborazione.
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