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Intervista a Fatih Birol di Alex Forbes, da European Energy Review
Deluso e disilluso. Fatih Birol esprime i suoi dubbi sulla possibilità che si arrivi a Durban a un accordo vincolante sulle emisisoni che ci consenta davvero di restare sotto la fatidica soglia dei 2°.
Ancora una volta i messaggi del World Energy Council alla politica sono messaggi molto impegnativi; lo studio ricorda alla politica che le possibilità per intervenire sul clima - e restare entro la soglia di aumento delle temperature dei 2° - si sta chiudendo, e che rischiamo di rimanere intrappolati dentro uno scenario energetico insicuro, inefficiente, costoso e non sostenibile. È deluso per come i governi hanno affrontato la sfida energetica? Per essere onesti, la sfida è così impegnativa che non sono poi così deluso. Ciò che mi sorprende è l’indifferenza di alcuni politici e l’orizzonte temporale delle loro scelte, sempre a breve termine. Molti governi negli ultimi tre anni si sono concentrati solo sulla crisi economica. Un fatto che implica minor attenzione verso il settore energetico e minore capacità di porre in essere nuove politiche capaci di traghettarci verso un miglior futuro energetico.
Dopo il fallimento di Copenaghen nel 2009 e di Cancun nel 2010, oggi siamo a Durban. Quanto è ottimista che questa volta i governi riusciranno a raggiunger un accordo significativo che impegni tutti? Le nostre analisi dimostrano che se non avremo entro il 2017 un nuovo importante flusso di investimenti nel settore clean, potremo dire addio per sempre all’idea di stare sotto la soglia dei 2°. Perché ci sia questo grosso flusso di investimenti nel settore, c’è bisogno di arrivare a un accordo internazionale legalmente impegnativo. Ciò significa che o a Durban o, al più tardi, nel meeting successivo bisognerà trovare un accordo. Non ho molte speranze però, perché ancora la maggior parte dei Paesi grandi emettitori non danno priorità al climate change. Cina e Stati Uniti sono responsabili di quasi la metà delle emissioni di CO2; non ho molta fiducia nel fatto che questi due Paesi vogliano instradare il mondo nella direzione che ci porterebbe al nostro obiettivo per contenere il cambiamento climatico. E se non lo faranno loro, non vorranno farlo neanche gli altri Paesi. In più, se anche lo facessero, questo non cambierebbe significativamente i trend principali.
È un tema squisitamente politico. Perché da una parte ci sono i Paesi in via di sviluppo che dicono all’Occidente “Siete voi che avete messo la CO2 in atmosfera, perché dovremmo essere noi a ripulirla?” Nello stesso tempo, se l’Occidente implementasse stringenti politiche di riduzione delle emissioni, i risultati verrebbero comunque vanificati dalle crescenti emissioni dei Paesi in via di sviluppo? Come venirne a capo? C’è in effetti un dilemma da affrontare. Se guardiamo le emissioni cumulative dall’inizio della rivoluzione industriale, USA e Europa sono responsabili per la massima parte di emissioni in atmosfera. Se guardiamo al futuro, però, e sempre considerando il cumulo storico delle emissioni, vediamo che la Cina presto supererà l’Europa e si avvicinerà di molto agli USA. Così il tema della responsabilità storica presto non potrà più essere addotto, neppure nella prospettiva dei Paesi in via di sviluppo. L’India secondo le nostre analisi è diventato quest’anno il terzo paese emettitore dopo la Cina e gli Usa. Siamo in un vicolo cieco. È una situazione deprimente.
La IEA è spesso descritta come il cane da guardia dei paesi ricchi. Resta vero che i due paesi rispetto al cui atteggiamento voi avete posizioni forti, cioè Cina e India, non ne fanno parte. Non dovrebbe la IEA arrivare a comprenderli? Ne siamo consapevoli, non solo per il problema delle emissioni, ma anche per quanto riguarda il tema centrale per la IEA della sicurezza delle importazioni di petrolio. Da questo punto di vista, Cina e India saranno sempre più importanti. Oggi stiamo cominciando a lavorare insieme e speriamo che questo processo si rafforzi in futuro.
All’inizio di quest’anno la IEA ha pubblicato un report con il titolo “Una nuova età dell’oro per il gas?”. La vostra idea sul gas naturale è cambiata da giugno ad oggi o il messaggio resta lo stesso? Abbiamo a disposizione molti altri dati in termini di consumi, investimenti e richiesta e posso dire che sì, stiamo entrando nell’età dell’oro del gas. A che dati fa riferimento? Dati sui consumi relativi a Cina, i dati sullo shale gas in Cina, e sugli investimenti in Australia, Stati Uniti e Canada.
L’industria del gas ha visto due importanti sviluppi insieme: l’unconventional nel nord America e la speranza che possa essere replicato altrove, ma anche la rapida crescita del gas LNG, che consente la globalizzazione del mercato del gas. Quanto pensa che possa essere importante il ruolo che giocherà il gas nei prossimi 20/25 anni nel rispondere ai fabbisogni energetici mondiali? Certamente, molto più importante di oggi. Ma quanto importante dipende anche dai produttori di gas. Mi sembra che le problematiche che devono avere in mente sono due. Il primo è che la produzione unconventional comporta delle sfide significative per quanto riguarda l’impatto ambientale. Abbiamo visto che con le tecnologie esistenti, questi problemi possono essere risolti. Ovviamente, in questo modo il costo di produzione subirebbe un aumento di un 10-15%, ma l’investimento resterebbe comunque vantaggioso. Quindi il messaggio è: se i produttori di gas vogliono davvero che quella che sta per arrivare sia l’età dell’oro del gas, devono applicare regole ferree alle loro tecnologie estrattive.
In secondo luogo, uno dei vantaggi principali per il gas è il prezzo. Oltre ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, è importante stare a guardare cosa accadrà sul prezzo del gas nei contratti a lungo termine. L’indicizzazione può ancor avere un ruolo, ma il prezzo sara cruciale se produttori ed esportatori vogliono una maggiore penetrazione del gas sul mercato del futuro.
Negli anni precedenti la IEA aveva posto l’accento in maniera importante sullo sviluppo della CCS, fino a suggerire che al 2020 sarebbero state necessarie un centinaio di impianti. Oggi, non c’è ancora una singola centrale a carbone che usi questa tecnologia. La CCS è una falsa pista che assorbe sforzi, risorse e denaro che potrebbero essere impiegati meglio in altro modo? Se considero quelle che erano le nostre speranze un po’ di anni fa sulla CCS e ciò che abbiamo raggiunto oggi, sono deluso. Allo stesso tempo, ci sono molte centrali a carbone ancora attive nel mondo e molte saranno costruite. Non c’è modo di far funzionare queste centrali e stare entro la soglia dei 2° di aumento di temperatura se non applichiamo questa tecnologia. Oppure lasciamo perdere il target dei 2°. Oppure sosteniamo la CCS in modo che possa vedere la luce del giorno. Ma se non arriviamo a definire il prezzo del carbonio è difficile vedere la CCS crescere in maniera significativa. E non è una buona notizia.
Per approfondire L'intervista originale in inglese su EER
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