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L'appuntamento di Cancun si è concluso con un sospiro di sollievo motivato soprattutto da una rinnovata disponibilità internazionale a studiare soluzioni adeguate. Un risultato politico, più che sceintifico. ES vi propone una serie di interviste. La prima a un grande esperto di clima italiano, Antonio Speranza, e le altre, attraverso climate-change.tv, a molti dei delegati presenti alla Conferenza.
Intervista ad Antonio Speranza, Presidente del Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Fisica delle Atmosfere ed Idrosfere (CINFAI) di Agnese Bertello
I delegati alla Cop 16 di Cancun hanno salutato l’approvazione dell’Accordo con un lunghissimo applauso che aveva tutta l’aria di essere un sospiro di sollievo per l’obiettivo raggiunto. Stando a quanto ci rimandano i media però, più che altro si tratta di un risultato simbolico; di concreto pare esserci molto poco… Qual è la sua opinione in merito? Credo che sia stata applaudita la manifestazione di “volontà” di conseguire un accordo ad onta delle difficoltà emerse sia prima che durante l’evento. Il risultato simbolizza proprio questa volontà. Bisogna comprendere la natura di queste assemblee che raccolgono rappresentanze assai eterogenee. Ai tempi in cui partecipavo personalmente (circa vent’anni fa) la delegazione italiana sedeva (in rigoroso ordine alfabetico) a fianco di Japan e Kiribati. La delegazione giapponese non era mai composta da meno di cinque membri, tutti rigorosamente in grigio, sempre impegnatissimi. Non so quale sia esattamente la situazione attuale, ma dubito che alcuni paesi siano in grado di garantire una rappresentanza di elevato profilo tecnico. Se tale è il caso, non mi sorprende l’esistenza di una componente “emotiva” nel processo decisionale.
Secondo i dati diffusi da Climate Action Tracker (http://www.climateactiontracker.org/), stando alle dichiarazioni di impegno dei singoli paesi in merito alle riduzioni nelle emissioni, l’innalzamento della temperatura al 2020 oscillerebbe tra il 2,6 e i 4°C, superando decisamente il limite di guardia indicato dalla comunità scientifica, e assunto politicamente come soglia ultima, cioè un aumento delle temperature di 2°C. Dal punto di vista dell’azione a difesa del cambiamento climatico, resta ancora tutto da fare… La temperatura media, superficiale, globale dell’aria non è un parametro di stato climatico: tutte queste prescrizioni non hanno senso tecnico reale. Sarebbe come in Medicina ragionare sulla febbre invece che sulla malattia…. Sono indicazioni che vengono date a scopo maieutico-didattico-mobilitatorio come in molti altri casi: molte delle soglie di allerta rispetto a vari rischi sono di questo tipo. Abbiamo mostrato, pubblicando i risultati nelle riviste scientifiche più quotate del settore, che la ventina di modelli numerici "ufficiali" di IPCC, pur mostrando temperature superficiali medie globali simili, differiscono notevolmente nella struttura "dinamica" del clima: i processi planetari di trasporto. Questo mostra come non esista un'associazione biunivoca tra temperatura superficiale media globale e clima. La richiesta di ridurre le variazioni entro una certa soglia non ha, quindi, un’interpretazione operativa univoca. Si fa riferimento, genericamente, al concetto che diminuendo (ma di quanto? come?) l'immissione di CO2 la temperatura superficiale media globale diminuisca. Operativamente, ripeto, è tutt'altro che chiaro come fare ciò.
Parliamo della posizione della Cina. In un anno l’atteggiamento sembra essere radicalmente mutato. Quali sono le ragioni che stanno alla base di questo nuovo approccio al tema ambientale? Dobbiamo pensare, come alcuni esperti cominciano a dire, che la Cina da ostacolo nella lotta al cambiamento climatico, diventerà uno dei leader in questo ambito? Possiamo guardare con ottimismo, anche per l’effetto traino che ha sempre la Cina sugli altri paesi emergenti e non solo? Come dicevo sopra non ero presente, ma mi è sembrato di capire che Cina ed India sono state molto poco “impegnate”. La Cina, in specifico, avanza considerazioni economiche molto, molto precise; se sarà protagonista sarà soltanto in virtù di una seria attenzione verso tali considerazioni.
In Italia di Cancun si è parlato molto poco. Non è certo una novità. C’erano certamente questioni politiche urgenti, ma questa spiegazione non basta. Quali sono le ragioni di questa scarsa attenzione dei media italiani al tema clima, a suo avviso? L’Italia partecipa poco delle problematiche globali. Come delegato EU devo dire onestamente che partecipa ancora poco anche delle problematiche europee (anche se la situazione sta migliorando). Certe ondate di “commozione” vivono tanto quanto le forme di “incentivazione” che le supportano. L'attitudine è stata "ondeggiante" negli anni, in funzione delle attitudini assai diverse dei vari ministri dell'Ambiente avvicendatisi. La rappresentanza italiana esprime persone di valore, ma se la politica non fornisce un supporto decisionale adeguato non è facile ottenere risultati rilevanti (questo vale anche in altri settori!). Credo che se ponessimo questa domanda ai rappresentanti di altri paesi ricorderebbero alcune brillanti individualità, ma non una posizione italiana.
Per approfondire Le interviste ai delegati da climate-change.tv
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